🌿 Il Diario del Basilico
Episodio 10
Il basilico sa dove stare
I luoghi, i ritmi e le persone che ci rimettono in asse senza costringerci a cambiare tutta la vita
Sabato 3 ottobre 2026
Cari amici,
ci sono giornate in cui la fantasia prende una strada molto precisa.
Ci immaginiamo altrove.
Una casa più silenziosa, un paesaggio diverso, meno notifiche, meno cose da rincorrere, magari una finestra che dà sul mare oppure una baita abbastanza lontana da tutto da farci credere che, una volta arrivati lì, anche i pensieri si metteranno finalmente in fila.
Poi guardo il basilico.
Lui, almeno apparentemente, non ha nessuna intenzione di trasferirsi.
Ha il suo vaso, la sua luce, l’acqua quando serve, qualche foglia che cresce meglio delle altre e quella strana capacità delle piante di stare nello stesso posto senza dare l’impressione di essere ferme.
Forse è da qui che voglio partire oggi.
Non dal desiderio di fuggire, ma da una domanda più piccola e più utile: quali sono i luoghi, i gesti e i ritmi che ci fanno tornare un po’ più vicini a noi stessi?
🏡 La baita che mi ha fatto pensare
Qualche giorno fa mi è arrivata una newsletter di Bernardo Cumbo, di Eutopia. Raccontava la storia di Gabriele e di una baita di famiglia a più di mille metri di altitudine.
Una di quelle storie che, se la guardi in fotografia, rischia di scatenare subito l’effetto “ecco, mollo tutto”.
Bosco. Silenzio. Pannelli solari. Acqua piovana raccolta e conservata. Legna da preparare. Niente traffico sotto casa. Una montagna che non ha nessuna fretta.
Ma la parte che mi è rimasta più impressa non era affatto quella romantica.
Gabriele non ha cancellato la sua vita precedente per trasferirsi lassù come in una pubblicità della libertà. Durante la settimana continua a vivere la sua quotidianità; quando può, nel fine settimana, sale alla baita. Se ne prende cura. Fa lavori concreti. Si sporca le mani. Si stanca. E proprio lì recupera qualcosa che durante la settimana rischia di disperdersi.
Mi è piaciuta questa terza possibilità.
Tra il “non cambia mai niente” e il “devo stravolgere tutto” esiste una quantità enorme di strade intermedie.
Forse non dobbiamo sempre costruirci una seconda vita.
A volte basta costruire, dentro la prima, un luogo in cui tornare.
🌿 Il nostro luogo non deve stare a 1.050 metri
Naturalmente io non so se sarei capace di vivere in una baita.
Ho già qualche dubbio sul rapporto che avrei con una catasta di legna da preparare ogni settimana. E sospetto che dopo il terzo giorno comincerei a chiedere al bosco se dispone almeno di una buona connessione Internet. 😄
Ma il punto non è la baita.
Il punto è avere qualcosa che ci rimetta in asse.
Per qualcuno è una montagna.
Per qualcun altro è un orto.
Per qualcuno è il mare visto sempre dalla stessa panchina.
Per altri è una stanza con la porta chiusa, mezz’ora senza telefono, una passeggiata, una cucina dove si prepara lentamente qualcosa, un libro, una preghiera, un animale che si accoccola accanto, una persona con cui non bisogna continuamente spiegarsi.
A casa nostra, tra me e Massimiliano, i computer, i libri, Kandy, Khloe e tutti i progetti che sembrano moltiplicarsi durante la notte, non c’è molto rischio che la vita diventi improvvisamente vuota. 😄
E proprio per questo mi accorgo che hanno valore le piccole cose che interrompono il rumore senza bisogno di fare rumore a loro volta.
Il basilico è una di queste.
Non perché abbia poteri terapeutici segreti. Non voglio fondare la Scuola Mistica Internazionale del Basilico — almeno non questa settimana. 😂
Ma perché prendersi cura di qualcosa di vivo costringe a un ritmo diverso.
Non puoi accelerare una foglia.
Puoi darle acqua, luce, terra. Puoi spostare il vaso. Puoi togliere una parte secca. Poi devi aspettare.
E in un periodo storico in cui quasi tutto sembra progettato per farci rispondere subito, produrre subito, decidere subito, sapere subito, aspettare che una foglia faccia il proprio mestiere è quasi un piccolo atto di resistenza.
🧭 Non sempre bisogna andare via
Forse abbiamo finito per associare troppo facilmente il cambiamento allo spostamento.
Cambiare città.
Cambiare lavoro.
Cambiare casa.
Cambiare relazioni.
Cambiare tutto, possibilmente entro lunedì mattina.
Ma ci sono cambiamenti che non richiedono una valigia.
Può cambiare il modo in cui distribuiamo il tempo.
Può cambiare ciò a cui diciamo sì.
Può cambiare ciò a cui finalmente diciamo no.
Può cambiare il posto che lasciamo alle cose che ci nutrono davvero.
E soprattutto può cambiare la convinzione che una vita migliore debba necessariamente cominciare dopo una grande rottura.
Mi piace pensare che si possa anche procedere per innesti.
Come con le piante.
Non butti via tutto il giardino: inserisci qualcosa di nuovo e osservi che cosa succede.
Una sera diversa.
Un’abitudine protetta.
Una persona che ricominci a frequentare.
Una domenica meno piena.
Un’ora in cui non devi essere utile a nessuno.
Un piccolo spazio che non produce niente e proprio per questo produce ossigeno.
🚐 E poi c’è chi il proprio luogo se lo porta dietro
Questo pensiero mi ha fatto tornare in mente Nadidja.
Il 23 settembre, su TranItaliaNews, Carmelina Rotundo Auro è riuscita finalmente a intervistarla e a farle raccontare qualcosa di sé.
Chi segue le nostre attività ha incontrato spesso il suo nome: dietro una mail, un articolo, un’organizzazione, una ricerca, uno di quei lavori invisibili che sembrano piccoli soltanto finché nessuno smette di farli.
Nadidja, però, ha scelto una forma di casa molto diversa dalla baita di Gabriele e anche dalla nostra.
Vive e lavora in camper.
Il paesaggio cambia; il computer resta. Il suo ufficio può affacciarsi sul mare, sulla montagna o su un luogo che noi nemmeno sappiamo. Eppure la continuità del lavoro e delle relazioni rimane.
Mi piace il contrasto.
Gabriele ha un luogo preciso al quale torna.
Nadidja ha costruito un luogo che può muoversi con lei.
Forse questo ci dice che non esiste una geografia universale dell’equilibrio.
C’è chi per ritrovarsi deve tornare sempre nello stesso punto e chi, invece, ha bisogno di sapere che può ripartire.
La cosa importante è capire quale delle due mappe ci assomiglia di più.
Se avete voglia di conoscere meglio Nadidja e il suo modo molto discreto di stare dietro le quinte, l’intervista è qui:
https://www.tranitalianews.it/2026/09/finalmente-parla-nadidja-carmelina.html
📖 Settembre adesso si può sfogliare tutto insieme
E visto che siamo entrati in ottobre, c’è una piccola tradizione che da questo mese voglio inaugurare anche qui.
Durante il mese, su Facebook, Anima & Destino cresce poco alla volta: tre pagine ogni settimana, come una rivista che si lascia incontrare a puntate.
Poi, alla fine del mese, raccogliamo tutte quelle pagine in un unico PDF.
Questo significa che adesso è disponibile il numero completo di settembre di Anima & Destino.
E c’è una cosa comoda: il link non cambia.
Nello stesso archivio trovate il nuovo numero e anche tutti quelli precedenti, così chi arriva oggi può curiosare anche all’indietro senza inseguire collegamenti sparsi.
👉 https://bit.ly/anima-e-destino
Mi piace molto questa forma.
Le pagine nascono lentamente, settimana dopo settimana, e poi a fine mese diventano un oggetto unico.
Anche qui, in fondo, c’è qualcosa del basilico: non ci svegliamo una mattina trovando trenta pagine apparse per magia. Arrivano tre alla volta, con il loro ritmo, e alla fine ci accorgiamo che è cresciuto un numero intero.
❓ Una domanda da portarsi dietro
Se questa sera aveste cinque minuti senza dover rispondere a nessuno, proverei a farmi una domanda semplice: qual è il mio posto che mi rimette in asse?
Non necessariamente un luogo da fotografare.
Può essere anche una fascia oraria. Una voce. Un tavolo. Una strada. Un gesto ripetuto. Una stanza. Persino una certa luce che entra dalla finestra sempre alla stessa ora.
E se oggi quel posto non esiste ancora, forse la domanda successiva è ancora più interessante: qual è la versione più piccola che potrei costruirne?
Non una nuova vita. Non una rivoluzione. Soltanto qualche centimetro di spazio in più per respirare dentro quella che ho già.
☕ Un posto non ci salva. Ma può aiutarci a sentirci presenti
La storia della baita mi ha fatto pensare soprattutto a questo.
Non credo che esista un luogo capace di risolvere automaticamente la vita di qualcuno.
Possiamo portare la nostra fretta al mare, la nostra inquietudine in montagna e la nostra confusione persino in un monastero silenziosissimo.
Cambiare panorama non significa necessariamente cambiare sguardo.
Però i luoghi contano.
I ritmi contano.
Le persone contano.
Le abitudini contano.
E qualche volta creare un piccolo spazio diverso dentro la vita che già abbiamo è molto più realistico — e forse anche più profondo — che aspettare il giorno in cui finalmente potremo diventare qualcun altro da qualche altra parte.
Io, intanto, oggi resto qui.
Con Massimiliano.
Con Kandy e Khloe, che possiedono una teoria molto precisa sui luoghi che rimettono in asse: sono quasi sempre quelli dove arriva il sole e nessuno ha ancora avuto l’idea di sedersi prima di loro.
Con il computer, naturalmente.
E con il basilico.
Che non ha una baita, non ha un camper, non ha un piano quinquennale e non ha mai letto una newsletter di Eutopia.
Eppure ogni mattina sembra sapere esattamente quale sia il suo compito.
Stare dove può crescere.
Forse, per oggi, può bastare anche a noi.
🌿
Un abbraccio,
Renzo Samaritani Schneider
con Massimiliano Deliso, Kandy, Khloe e il basilico
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