Un progetto premiato come primo in Puglia unisce ormeggi intelligenti, tecnologie anti-strascico e il restauro delle praterie di Posidonia: la Riserva di Torre Guaceto diventa un laboratorio di convivenza tra mare, pesca e biodiversità.
C'è un confine che in mare non si vede, ma che per la natura fa una differenza enorme: quello tra l'area protetta e le acque che la circondano. È proprio su questo confine invisibile che la Riserva Naturale e Area Marina Protetta di Torre Guaceto, tra Brindisi e Carovigno, ha costruito negli ultimi mesi uno dei progetti ambientali più interessanti della Puglia: un piano di tutela che non si ferma ai limiti della riserva, ma lavora "dentro e fuori", come recita lo slogan dell'iniziativa che a inizio marzo si è classificata al primo posto in graduatoria regionale per l'accesso ai finanziamenti.
Non è un dettaglio burocratico. Significa che la proposta del Consorzio di gestione è stata giudicata la più solida tra quelle presentate in Puglia per la tutela del mare, aprendo la strada a risorse destinate a tre interventi molto concreti: l'installazione di sistemi di ormeggio sostenibile, pensati per evitare che le ancore delle imbarcazioni continuino a danneggiare i fondali; l'introduzione di tecnologie per contrastare la pesca a strascico illegale nelle acque più sensibili; e il restauro delle praterie di Posidonia oceanica, la pianta marina che con le sue foglie nastriformi produce ossigeno, trattiene la sabbia delle coste e ospita un'intera rete di vita sottomarina.
La Posidonia, in particolare, meriterebbe più attenzione di quanta normalmente ne riceva. Non è un'alga, come spesso si crede, ma una pianta a fiori che vive esclusivamente nel Mediterraneo e che cresce con una lentezza quasi commovente: alcune praterie impiegano secoli per formarsi. Quando un'ancora la strappa, o quando una rete a strascico la trascina via, la natura non la restituisce facilmente. Restaurarla, come previsto dal progetto di Torre Guaceto, significa quindi lavorare su tempi lunghi e con una pazienza che somiglia più alla cura di un giardino che a un cantiere.
Accanto a questo intervento, la Riserva ha ottenuto l'approvazione anche del progetto "Repair", che prevede la rimozione di una vecchia struttura militare abbandonata sul territorio protetto: un pezzo di paesaggio che per decenni è rimasto come una cicatrice, e che ora può essere restituito alla natura e alla fruizione pubblica.
Torre Guaceto, del resto, non lavora da sola. Il Consorzio che la gestisce è oggi capofila o partner di cinque progetti di cooperazione europea finanziati dai programmi Interreg, con un respiro che va ben oltre i confini pugliesi. Il progetto "Speedy" punta a potenziare il monitoraggio e il soccorso di specie marine di grande mobilità, come le tartarughe marine e le foche monache, rafforzando i centri di recupero e i protocolli di collaborazione tra le diverse regioni dell'Adriatico. "Natures" si concentra invece sulla conservazione di un animale meno celebrato ma altrettanto prezioso: la lontra europea, insieme alla tartaruga Caretta caretta e agli habitat prioritari delle lagune costiere.
La lontra, in particolare, meriterebbe un racconto a parte. Un tempo presente in gran parte delle zone umide italiane, è oggi una presenza rara e silenziosa, capace di vivere sia in acque dolci sia in ambienti di transizione verso il mare. La sua eventuale ricomparsa stabile in Puglia, resa possibile da progetti come questo, sarebbe un segnale di salute ambientale più eloquente di molte relazioni tecniche: la lontra non tollera acque inquinate né habitat frammentati, e la sua presenza racconta, meglio di tante parole, che un ecosistema sta tornando a respirare.
Gli altri tre progetti europei — "Aspeh", "Triton" ed "Engage" — affrontano insieme la perdita di biodiversità nell'Adriatico, migliorano gli strumenti di gestione dei siti marini protetti e lavorano per preservare l'integrità ecologica dello stretto Adriatico-Ionico, una delle aree di passaggio più delicate per le specie migratorie del Mediterraneo.
Dietro le sigle e i finanziamenti, resta una domanda più semplice, che riguarda tutti: che cosa significa davvero proteggere il mare? Torre Guaceto sembra suggerire una risposta che non passa solo dai divieti. Il suo modello di pesca sostenibile, riconosciuto a livello internazionale, mostra che la tutela ambientale può convivere con l'economia locale, se si lavora insieme ai pescatori invece che contro di loro. La certificazione europea per il turismo sostenibile (CETS), di cui la Riserva dispone, va nella stessa direzione: far coincidere la cura del territorio con la possibilità di viverlo e raccontarlo, senza consumarlo.
Anche la sorveglianza si è fatta più stretta: a fine settembre la Guardia di Finanza ha firmato con il Consorzio un protocollo operativo per rafforzare i controlli contro le attività illecite nell'area marina protetta, mentre telecamere subacquee installate a dieci metri di profondità raccolgono dati utili a valutare l'efficacia della gestione dell'ecosistema nel tempo.
Sono tasselli di un mosaico che si compone lentamente, con la stessa pazienza richiesta dalla Posidonia per ricrescere. Ma è forse proprio questa lentezza il punto: la tutela del mare non si misura in un annuncio o in un finanziamento, bensì nella costanza di piccoli interventi — una boa posizionata al posto giusto, una rete di sorveglianza condivisa, un confine che diventa sempre meno rigido tra ciò che è "riserva" e ciò che, semplicemente, è il nostro mare.
Renzo Samaritani Schneider
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