Un profumo di domenica di Renzo Samaritani Schneider Ci sono mattine che non hanno bisogno di essere ricordate da una fotografia. Basta un odore. È successo una domenica di settembre, una di quelle domeniche in cui Trani sembra svegliarsi con qualche minuto di ritardo, come se anche la città avesse deciso di concedersi il lusso di restare ancora un poco sotto le lenzuola. Aprii gli occhi prima della sveglia. Per qualche secondo non capii che giorno fosse. La luce entrava già dalla finestra, ma non aveva ancora la durezza delle ore centrali: era chiara, quasi lattiginosa, e si appoggiava sui mobili senza pretendere attenzione. Kandy dormiva ai piedi del letto, arrotolata su se stessa con una precisione geometrica. Khloe, invece, era seduta vicino alla finestra e guardava fuori. «Che succede?» le chiesi. «Hai visto qualcosa?» Non si voltò. Solo un movimento dell’orecchio. Dall’altra parte del letto Massimiliano aprì un occhio. «Stai interrogando il gatto alle sette del mattino?» «Sono quasi le otto.» «È domenica. Le otto di domenica corrispondono alle sei e venti.» «Secondo quale fuso?» «Quello delle persone normali.» Mi alzai e, appena aprii la porta della camera, lo sentii. Un profumo caldo, pieno, familiare eppure difficile da definire. Pane. No, non solo pane. Qualcosa di tostato. Pomodoro. Forse origano. E sotto, leggerissimo, il profumo del caffè che veniva da qualche appartamento vicino. Mi fermai nel corridoio. «Massimiliano. Senti?» «Cosa?» «L’odore.» «Renzo, vivo in una casa con una cucina. È un rischio prevedibile.» «No, vieni.» Lui si tirò il lenzuolo sopra la testa. «Se è un’emergenza olfattiva chiamami tra dieci minuti.» Andai in cucina. La finestra era rimasta socchiusa dalla sera prima e la tenda si muoveva appena. Fuori, la strada aveva quel silenzio particolare che non è assenza di rumore, ma rumore lontano: una serranda che si alzava, un motorino passato in fondo alla via, un cucchiaino contro una tazzina e, molto più lontane, le campane che cominciavano a segnare l’ora. Mi affacciai. Sotto di noi, da qualche parte, qualcuno stava cucinando. Non riuscivo a capire da quale casa arrivasse quel profumo. Forse focaccia. Forse pane appena scaldato. Forse una teglia con pomodori. Era uno di quegli odori che non appartengono a una sola cosa: appartengono a una scena. La domenica mattina. Mi accorsi che stavo sorridendo. Massimiliano arrivò poco dopo, trascinando le ciabatte. «Allora?» «Senti.» Inspirò. «Focaccia.» «Sicuro?» «Assolutamente.» «Io sento anche pomodoro.» «Nella focaccia pugliese il pomodoro non è precisamente una notizia.» «E caffè.» «Quello viene da destra.» Lo guardai. «Come fai a saperlo?» «Perché a sinistra abitano quelli che bevono il latte d’avena.» «Questa informazione mi mancava.» «Io osservo il territorio.» Aprii del tutto la finestra. L’aria entrò più fresca. Settembre aveva cominciato a fare il proprio lavoro: non era ancora autunno, ma l’estate non aveva più la stessa autorità. Il sole scaldava, sì, però la mattina aveva ripreso a chiedere una maglietta sulle spalle. Kandy arrivò in cucina e si sedette davanti alla ciotola. «Buongiorno anche a te», le dissi. Miagolò. Khloe ci raggiunse subito dopo e si mise a guardare Kandy come se il suo compito fosse verificare che nessuno ricevesse porzioni non autorizzate. «Loro non sentono la domenica», disse Massimiliano. «Certo che la sentono.» «No. Per loro ogni giorno è domenica.» «Questa è invidia.» «Questa è statistica.» Preparammo la colazione lentamente. Non avevamo fretta. Ed era proprio quello, forse, il vero profumo della domenica. Non la focaccia e non il caffè: la mancanza di fretta. Il tempo che non ti spinge da dietro. Durante la settimana ogni gesto tende a essere già collegato al successivo. Faccio questo perché poi devo fare quello. Finisco qui perché tra dieci minuti comincia là. Persino le pause rischiano di diventare compiti: adesso riposo venti minuti, poi riparto. La domenica, almeno certe domeniche, rompe la catena. Puoi stare cinque minuti a guardare una tazza e nessuno muore. Puoi lasciare un piatto nel lavello mentre finisci di parlare e il mondo continua a girare. Puoi perfino sederti senza avere una ragione precisa. «Oggi non faccio niente», dissi. Massimiliano mi guardò sopra il bordo della tazza. «Questa frase ha già fallito diverse volte.» «Oggi sul serio.» «Definisci niente.» «Niente di importante.» «Ah. Quindi farai ventisette cose non importanti.» «Sei insopportabile.» «Sono domenicale.» Dopo colazione restammo ancora in cucina. La luce era cresciuta e sui muri delle case di fronte comparivano rettangoli dorati. Qualcuno aveva steso un lenzuolo bianco su un balcone. Una donna in vestaglia annaffiava due piante. Più in là, un uomo scuoteva una tovaglia fuori dalla finestra con l’energia di chi aveva evidentemente qualcosa da dimostrare alla polvere. Poi arrivò un altro odore. Sugo. Quello non si poteva confondere: pomodoro caldo, cipolla, basilico. «Sono le nove e mezza», dissi. Massimiliano annusò l’aria. «La domenica non conosce orari.» «Chi è che cucina il sugo alle nove e mezza?» «Metà dell’Italia meridionale?» Rimasi affacciato. Quell’odore mi portò indietro senza chiedere permesso. Non a un giorno preciso, ma a molte domeniche insieme: le case in cui si cucinava presto, le pentole sul fuoco già dalla mattina, il rumore di piatti preparati prima ancora che qualcuno avesse davvero fame, le voci da una stanza all’altra, le tavole apparecchiate come se ogni pranzo fosse, in fondo, una piccola cerimonia. Mi venne in mente che la memoria non è sempre fatta di immagini. A volte ricorda meglio il naso. Un profumo può aprire una porta che credevi chiusa: il sapone di qualcuno, la pioggia sull’asfalto, un armadio, un corridoio, il mare al mattino, il legno di una casa, la focaccia calda dentro una busta di carta. «Stai pensando», disse Massimiliano. «Come lo sai?» «Hai quella faccia.» «Quale faccia?» «Quella in cui sembri presente ma in realtà sei a quarant’anni fa.» Sorrisi. «Forse.» «Cosa ti è venuto in mente?» «Le domeniche.» «Questa è una domenica.» «Le altre.» Lui annuì e non insistette. Anche questo è un profumo della domenica: le persone che ti lasciano pensare. Verso le undici decidemmo di uscire. Non per andare da qualche parte. Per uscire. Che è diverso. Mettemmo scarpe comode e lasciammo la casa con le gatte sistemate nei loro rispettivi regni: Kandy sulla sedia vicino alla finestra, Khloe sul divano, distesa in diagonale come se l’intero mobile fosse stato progettato in funzione della sua postura. Appena scendemmo in strada il profumo cambiò ancora. Fuori c’era il mare. Non lo vedevamo ancora, ma si sentiva: sale, umidità, pietra tiepida e, mescolato a tutto, il profumo dei forni e delle cucine. Trani la domenica mattina aveva un odore diverso dagli altri giorni. Più lento. Più domestico. Le porte erano più aperte. Le persone sembravano vestite con meno intenzione. Qualcuno usciva in camicia chiara, qualcuno in pantaloncini, qualcuno con il vestito buono per andare a messa. Una signora passò davanti a noi con una busta di carta. Focaccia. Quella volta non c’erano dubbi. Il profumo ci seguì per qualche metro. «Ecco», dissi. «Cosa?» «Questo è il vero attentato alla disciplina alimentare.» «Compriamone un pezzo.» «Abbiamo appena fatto colazione.» «La focaccia non è una colazione. È un intervallo culturale.» «Questa definizione è pericolosa.» Naturalmente entrammo nel forno. Dentro c’era caldo. Il vetro del banco era leggermente appannato e su grandi teglie rettangolari brillavano focacce con pomodorini, olive, patate e cipolle. Dietro il bancone un ragazzo tagliava pezzi con una spatola larga. Una signora davanti a noi ordinò: «Due pezzi, uno più croccante.» Il ragazzo sollevò una porzione. «Così?» «Più cotto.» «Più di così diventa archeologia.» Lei rise. «A me piace.» Quando toccò a noi, Massimiliano indicò la teglia più semplice. «Due piccoli.» Lo guardai. «Piccoli?» «Sto proteggendo la tua coerenza.» «Ormai siamo entrati. La coerenza è rimasta fuori.» Uscimmo con la focaccia avvolta nella carta. Era calda e la mangiammo camminando. Il pomodoro era dolce, l’impasto morbido dentro e croccante sotto. L’olio lasciava sulle dita quella lucidità che rende inutile qualsiasi tentativo di sembrare eleganti. «Buona?» chiese Massimiliano. «No.» «Ah.» «Per niente.» «Ne vuoi ancora?» «Sì.» Arrivammo al porto. L’acqua era calma e le barche si muovevano appena, tirando le cime con piccoli colpi regolari. Il sole aveva cominciato a illuminare le superfici bianche con una forza quasi estiva, ma l’aria restava gradevole. Ci sedemmo. Intorno a noi c’erano famiglie, coppie, persone sole, bambini che correvano, cani che annusavano qualsiasi cosa fosse stata lasciata a meno di venti centimetri dal suolo. Una bambina passò tenendo un palloncino giallo. Un uomo leggeva il giornale. Due signore parlavano con la serietà di chi stava probabilmente ricostruendo l’intera storia del quartiere. «La domenica è rumorosa», dissi. «Prima hai detto che era silenziosa.» «Lo è.» «Deciditi.» «È rumorosa senza avere fretta.» Massimiliano ci pensò. «Questa te la concedo.» Era proprio così. Le voci c’erano. I bambini gridavano. Le tazzine battevano sui piattini. I motorini passavano. Ma il rumore non aveva ansia. Non sembrava correre verso qualcosa. Era un rumore che stava. Come il mare. Come noi. Restammo seduti a lungo. A un certo punto una folata di vento portò verso di noi un altro profumo. Questa volta era quasi dolce: forse una brioche, forse un cornetto appena sfornato, forse semplicemente zucchero e burro da un bar vicino. Chiusi gli occhi per un secondo. «Cos’hai?» chiese Massimiliano. «Niente.» «Stai annusando di nuovo.» «La città oggi parla con il naso.» «Questo titolo te lo rubano.» Sorrisi. Mi venne in mente che passiamo gran parte della vita a cercare significati nelle cose grandi: i cambiamenti, le decisioni, gli anniversari, le partenze, le svolte. Eppure la maggior parte della felicità, quando arriva, non annuncia nulla. Ha l’odore del pane. La temperatura giusta dell’aria. Una tazza tenuta tra le mani. La voce di qualcuno che conosci bene. Un gatto che dorme mentre tu fai colazione. La luce sul tavolo. Una passeggiata senza destinazione. Forse la felicità è spesso così piccola che la perdiamo perché stiamo guardando troppo lontano. «Torniamo?» disse Massimiliano. «Tra poco.» «Tra poco vero?» «Non garantisco.» Rimanemmo ancora, poi tornammo verso casa passando da una strada diversa. Era quasi ora di pranzo e il quartiere aveva cambiato profumo completamente. Il sugo era diventato più intenso. Da una finestra arrivava odore di melanzane fritte, da un’altra qualcosa al forno. Poi basilico. Poi aglio. Poi di nuovo pane. «È impossibile camminare qui e non avere fame», dissi. «La città fa marketing territoriale.» «Molto aggressivo.» Davanti a un portone una signora parlava con una vicina. «Oggi vengono tutti da me», diceva. «Quanti siete?» «Dodici.» L’altra alzò gli occhi al cielo. «Auguri.» «Ho già cucinato da ieri.» Si misero a ridere. Dodici. Pensai alle tavolate della domenica. Al caos. Ai piatti passati da una mano all’altra. A qualcuno che dice di non volere altro e poi prende ancora una forchettata. Alle discussioni che cominciano per una sciocchezza e finiscono con qualcuno che porta il dolce. La domenica è anche questo: la prova generale della convivenza umana. Quando tornammo a casa, Kandy era esattamente dove l’avevamo lasciata. Khloe no. La trovammo sul tavolo. «Scendi», disse Massimiliano. Khloe ci guardò. Non scese. «Questa casa non ha più regole.» «Le ha», dissi. «Solo che non le facciamo noi.» Aprii le finestre. L’odore delle cucine entrò ancora una volta, ma dentro casa c’era anche il nostro: la moka, il legno del tavolo, il pane della mattina, il sapone delle stoviglie, le piante vicino alla finestra, le gatte. È strano pensare che anche le case abbiano un profumo proprio. Noi non lo sentiamo quasi mai. Ci abituiamo. Lo sentono gli altri quando entrano. E forse è lo stesso con le persone. Abbiamo un modo di stare al mondo che per noi è normale, quasi invisibile, ma per chi ci incontra diventa una traccia: un tono di voce, un gesto, una frase che ripetiamo, una gentilezza, una distrazione, un silenzio. Il nostro profumo umano. Mentre preparavamo il pranzo, Massimiliano aprì il frigorifero. «Cosa facciamo?» «Qualcosa di semplice.» «Questa frase, in cucina, è pericolosa quanto “facciamo due passi”.» «Pasta con pomodoro e basilico.» «Davvero?» «Davvero.» Tagliammo i pomodori. Misi l’acqua sul fuoco. Massimiliano spezzò qualche foglia di basilico con le mani e il profumo uscì immediatamente: verde, fresco, intenso. «Eccolo», dissi. «Cosa?» «Il profumo della domenica.» «Pensavo fosse la focaccia.» «Anche.» «Il caffè?» «Anche.» «Il mare?» «Anche.» «Quindi tutto.» Mi fermai. Forse aveva ragione. Non esisteva un solo profumo. Era una mescolanza: pane, pomodoro, caffè, sale, basilico, pietra scaldata dal sole. Ma soprattutto tempo. Il tempo senza l’urgenza di diventare produttivo. Il tempo che può essere sprecato senza essere perduto. Pranzammo con la finestra aperta. A un certo punto le campane suonarono di nuovo. Kandy si sistemò sulla sedia accanto a noi. Khloe guardava qualcosa sul balcone. Massimiliano arrotolò la pasta sulla forchetta. «Alla fine hai fatto niente?» «Praticamente.» «Siamo usciti, abbiamo comprato la focaccia, siamo andati al porto, hai costruito una teoria olfattiva della domenica e adesso stai probabilmente scrivendo mentalmente un racconto.» «Quindi niente.» «Certo.» Ridemmo. Nel pomeriggio la casa diventò silenziosa. Il caldo ci convinse a rallentare ancora. Massimiliano si mise a leggere e io restai per un po’ vicino alla finestra. Fuori, la luce aveva assunto quella tonalità quasi bianca delle ore dopo pranzo. Le strade sembravano sospese. Persino i rumori arrivavano più morbidi. Pensai a quante domeniche avevo attraversato nella vita. Domeniche felici e domeniche noiose. Domeniche pesanti. Domeniche in cui aspettavo il lunedì. Domeniche che avrei voluto non finissero. E mi resi conto che nessuna era davvero rimasta intera nella memoria. Di molte conservavo soltanto frammenti: una canzone, un tavolo, una voce, un balcone, il rumore delle posate. E un profumo. Forse ricordare funziona così. Non archiviamo i giorni. Salviamo dettagli. E sono proprio quei dettagli, anni dopo, a ricostruire tutto. Una sera puoi sentire odore di basilico e improvvisamente ritrovarti in una cucina che non esiste più. Puoi passare davanti a un forno e ricordarti una persona. Puoi sentire il mare e capire che una città è diventata casa. Verso il tramonto tornammo sul balcone. L’aria era più fresca e il giorno stava perdendo colore lentamente. Da qualche casa arrivava già l’odore della cena. «Ancora?» disse Massimiliano. «Cosa?» «Stai annusando.» «È stata una giornata impegnativa.» «Soprattutto per il naso.» Guardai la strada. Le persone ricominciavano a uscire. Una coppia camminava piano. Un bambino andava in bicicletta. Una signora parlava dal balcone con qualcuno che non riuscivo a vedere. La domenica stava finendo. Eppure non provavo quella malinconia sottile che a volte accompagna la sera. Forse perché avevo passato il giorno a notarlo. A esserci. È più difficile rimpiangere qualcosa quando l’hai davvero vissuta mentre accadeva. «Sai cos’è?» dissi. «Cosa?» «Il profumo della domenica.» Massimiliano sospirò teatralmente. «Finalmente la sentenza.» «Non è il cibo.» «Peccato.» «Non è neanche il mare.» «Peggio.» «È il tempo.» Mi guardò. «Il tempo non ha odore.» «Sì che ce l’ha.» «E di cosa sa?» Ci pensai. Poi guardai dentro casa. Kandy dormiva sul divano. Khloe era accoccolata vicino alla porta del balcone. Sul tavolo c’erano ancora due bicchieri. La cucina aveva conservato un filo di basilico nell’aria. Da fuori arrivava il sale del mare. «Sa di cose che non abbiamo avuto fretta di finire», dissi. Massimiliano rimase in silenzio. Poi sorrise. «Questa te la concedo.» Restammo sul balcone finché il cielo non diventò più scuro. Le luci delle case si accesero una dopo l’altra e il profumo del giorno si confuse con quello della sera. E capii che forse non serve aspettare eventi straordinari per sentire che una giornata è stata piena. A volte basta una finestra aperta, qualcuno accanto, una città che respira, un po’ di pane, un po’ di basilico. E il tempo necessario per accorgersene. Renzo Samaritani Schneider – Trani