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La bicicletta di Massimiliano – di Renzo Samaritani Schneider

La bicicletta di Massimiliano

La bicicletta di Massimiliano

di Renzo Samaritani Schneider

La bicicletta di Massimiliano vive con noi.

Non nel senso figurato.

Vive proprio con noi.

Ha un posto vicino all’ingresso, occupa una quantità di spazio che secondo me varia a seconda del mio umore e possiede una capacità sorprendente di trovarsi esattamente dove devo passare quando ho qualcosa in mano.

«Prima o poi le faccio pagare l’affitto,» dissi una mattina.

Massimiliano, accucciato vicino alla ruota posteriore, stava controllando qualcosa con l’attenzione di un chirurgo.

«A chi?»

«Alla bicicletta.»

«Lei contribuisce alla famiglia.»

«In quale forma?»

«Mi porta a fare le commissioni.»

«Io non ho mai visto una ricevuta.»

«Perché è fiscalmente indipendente.»

Kandy, seduta a pochi centimetri dalla ruota anteriore, osservava la scena con aria perplessa. Khloe aveva invece già infilato il muso nel cestino.

«Khloe, giù.»

Lei sollevò la testa.

«Lasciala,» disse Massimiliano. «Sta controllando se ho dimenticato qualcosa.»

«Questa bicicletta ha più ispezioni di un aeroporto.»

Era una bicicletta semplice. Scura, robusta, con il cestino davanti, il portapacchi dietro e qualche segno sulla vernice che Massimiliano sosteneva essere del tutto irrilevante e che io, naturalmente, avevo già trasformato mentalmente in biografia.

La vedevo partire e tornare.

Una busta nel cestino.

Una bottiglia d’acqua.

Il pane.

Qualche volta una pianta.

Una volta un sacchetto così pieno che, quando lo vidi rientrare, domandai:

«Hai fatto la spesa o stai aprendo un supermercato?»

«Ho preso quattro cose.»

«Quattro categorie merceologiche.»

«Sei drammatico.»

«Sono osservatore.»

Quella mattina di settembre aveva deciso di gonfiare le gomme.

«Dove vai?» chiesi.

«Da nessuna parte, per adesso.»

«Allora perché la prepari?»

«Perché se la preparo quando devo uscire, tu dici che faccio tutto all’ultimo.»

«Non ho mai detto una cosa simile.»

Massimiliano mi guardò.

«Renzo.»

«Va bene. Forse una volta.»

«Ieri.»

Fuori c’era una luce bellissima.

Settembre, a Trani, aveva cominciato a togliere all’estate la sua prepotenza senza cancellarla del tutto. Il sole rimaneva caldo, ma l’aria del mattino era più gentile. Dalla finestra entrava una brezza sottile che faceva muovere appena la tenda e portava con sé un odore di mare mescolato a quello del caffè delle case vicine.

«Più tardi vado verso il porto,» disse Massimiliano.

«Per cosa?»

«Niente di speciale.»

«Quindi?»

«Vado.»

Questa risposta mi sembrò sospetta.

«Si può andare senza uno scopo?»

«È una pratica rivoluzionaria.»

«Interessante.»

«Puoi venire.»

Guardai la bicicletta.

«Io a piedi.»

«Lo so.»

«E tu?»

«La porto.»

«A mano?»

«Se voglio stare con te, sì.»

Lo disse in modo semplice, senza intenzione di farne una frase importante.

Proprio per questo lo diventò.

Verso le undici uscimmo.

Massimiliano teneva la bicicletta dal manubrio e io camminavo alla sua destra. Dopo pochi metri mi accorsi che il nostro passo aveva un ritmo particolare: lui adattava continuamente la bicicletta allo spazio, la inclinava appena quando passava qualcuno, rallentava vicino ai gradini, la spostava sul lato se arrivava un passeggino.

«È complicato camminare con una bicicletta,» dissi.

«È più complicato camminare con te che ti fermi ogni trenta metri.»

«Io osservo.»

«Tu interrompi il traffico pedonale per contemplare un balcone.»

«Un balcone può meritare.»

«Certo.»

Arrivammo in una strada dove il sole batteva sulla pietra chiara e rimbalzava sulle facciate. Un uomo stava lavando davanti a un negozio. L’acqua scorreva verso il marciapiede e disegnava una piccola linea scura sulla pietra.

Massimiliano alzò appena la ruota anteriore per evitare la pozzanghera.

«Hai visto?» dissi.

«Cosa?»

«La proteggi.»

«Non voglio bagnarmi i pantaloni.»

«Hai distrutto il simbolismo.»

«Era necessario.»

Continuammo.

La bicicletta faceva piccoli rumori che normalmente non avrei notato: il tic leggero della ruota libera quando Massimiliano la spingeva più veloce, il suono metallico del cavalletto, un piccolo tintinnio proveniente dal cestino.

«Cos’è?» chiesi.

«Cosa?»

«Quello che suona.»

Lui guardò nel cestino.

C’era una moneta.

«Ecco.»

«Da quanto è lì?»

«Non lo so.»

«Quindi la bicicletta ha un capitale proprio.»

«Te l’avevo detto che contribuisce.»

Arrivammo vicino al mare.

L’aria cambiò immediatamente. La senti prima ancora di vederlo, il mare. Diventa più fresca e più aperta. Ha un odore che non è soltanto sale: c’è dentro il vento, le corde delle barche, la pietra umida, il ferro, il legno, perfino una specie di silenzio.

Massimiliano si fermò.

«Aspetta.»

«Che c’è?»

Indicò la ruota posteriore.

«Mi sembra un po’ morbida.»

La schiacciò con un dito.

«A me sembra una ruota.»

«Grazie del contributo tecnico.»

Poco più avanti, vicino a un portone aperto, un uomo anziano stava sistemando una vecchia bicicletta rossa. Non era esattamente un negozio. Sembrava piuttosto uno di quei luoghi in cui gli oggetti vengono riparati perché qualcuno sa ancora come si fa.

C’erano una pompa, una cassetta degli attrezzi, una sedia di legno e due ruote appese al muro.

L’uomo ci vide guardare.

«Problemi?»

Massimiliano indicò la gomma.

«Mi sembra un po’ giù.»

«Portala qua.»

Entrammo.

L’uomo aveva mani grandi, annerite vicino alle unghie, e si muoveva senza fretta. Premette la gomma, prese la pompa e cominciò a gonfiarla.

«Questa bicicletta cammina,» disse.

«Abbastanza,» rispose Massimiliano.

«Si vede.»

Io guardai i piccoli graffi sul telaio.

«Da cosa si vede?» domandai.

L’uomo mi guardò come se la risposta fosse ovvia.

«Dai segni.»

Indicò un punto vicino al portapacchi.

«Quella è stata appoggiata male a un muro.»

Poi un altro.

«Quello è un lucchetto.»

Un altro ancora.

«Quello non lo so.»

Massimiliano sorrise.

«Neanch’io.»

L’uomo continuò a pompare.

«Una bicicletta senza graffi non è una bicicletta. È un mobile.»

La frase mi piacque immediatamente.

«Posso usarla?» chiesi.

«La bicicletta?»

«La frase.»

L’uomo rise.

«Faccia come vuole.»

Massimiliano scosse la testa.

«Non dovevi dirglielo.»

«Perché?»

«Adesso finirai in un racconto.»

L’uomo si fermò e ci guardò.

«Uno scrittore?»

«Diciamo che scrivo,» risposi.

«Allora scriva una cosa.»

«Dica.»

Appoggiò la pompa al muro.

«La bicicletta è onesta.»

Aspettai.

«Se non pedali, non vai. Se pedali troppo forte, ti stanchi. E se guardi solo la ruota davanti, non vedi dove stai andando.»

Massimiliano mi guardò.

«Hai trovato il tuo filosofo del giorno.»

«Sì.»

«Gratis, anche questo.»

L’uomo batté una mano sulla sella.

«Adesso è a posto.»

Massimiliano gli chiese quanto gli doveva.

«Niente.»

«Ma…»

«Era aria.»

«L’aria costa.»

«Non ancora.»

Uscimmo ridendo.

Per qualche minuto camminammo senza parlare.

Poi dissi:

«La bicicletta è onesta.»

Massimiliano sospirò.

«Sapevo che l’avresti ripetuto.»

«È vero.»

«Cosa?»

«Che se non pedali non vai.»

«Questa è fisica.»

«Anche la vita è piena di fisica.»

«E di persone che complicano le passeggiate.»

Arrivammo al porto.

Il sole disegnava riflessi bianchi sull’acqua e le barche si muovevano appena. C’erano persone sedute ai tavolini, turisti con i telefoni in mano, uomini che parlavano vicino alle imbarcazioni, bambini che correvano dietro ai piccioni.

Massimiliano mise la bicicletta sul cavalletto.

La guardai lì, appoggiata con il mare dietro.

Sembrava diversa.

Non più un oggetto domestico che occupava troppo spazio vicino all’ingresso. Fuori casa aveva senso. Era come vedere qualcuno nel proprio ambiente naturale.

«Adesso capisco,» dissi.

«Cosa?»

«A casa sembra enorme.»

«E qui?»

«Qui sembra giusta.»

«Forse è casa nostra che è piccola.»

«Non distruggere anche questo momento.»

Ci sedemmo su una panchina.

La bicicletta rimase davanti a noi.

Una bambina passò con suo padre e la indicò.

«Papà, ha il campanello!»

«Tutte le biciclette hanno il campanello,» rispose lui.

Massimiliano guardò la bambina.

«Vuoi sentirlo?»

Lei si fermò.

Il padre sorrise.

Massimiliano le fece premere la levetta.

Trin.

Un suono piccolo, allegro, quasi ridicolo nella vastità del porto.

La bambina rise.

Lo fece ancora.

Trin.

«Basta,» disse il padre. «Se no ce la portiamo a casa.»

«La bicicletta?» chiesi.

«La bambina,» rispose lui.

Ridemmo tutti.

Quando se ne andarono, guardai Massimiliano.

«Sei molto generoso con il campanello.»

«Costa meno dell’aria.»

Restammo seduti a lungo.

A un certo punto Massimiliano prese la bicicletta e disse:

«Faccio un giro fino là e torno.»

Indicò un tratto del lungomare.

«Vai.»

Lo guardai salire.

Partì lentamente, poi prese velocità.

C’è qualcosa di particolare nel vedere una persona che conosci muoversi in un modo diverso da quello abituale. A piedi conosci il suo passo, la postura, il modo in cui si ferma. In bicicletta cambia tutto. Il corpo si inclina appena, le gambe trovano un ritmo, le mani diventano sicure sul manubrio.

Massimiliano si allontanò.

Per qualche secondo vidi soltanto la sua schiena.

Poi girò.

Il sole gli passava di lato e la ruota anteriore produceva lampi brevi.

Mi venne da pensare che forse amare qualcuno significa anche questo: conoscerlo abbastanza da lasciarlo allontanare senza trasformare ogni distanza in una perdita.

Sapere che può andare più veloce di te.

Sapere che tornerà.

Massimiliano tornò davvero dopo pochi minuti.

Frenò davanti alla panchina.

«Tutto bene?»

«Sì.»

«Hai quella faccia.»

«Quale?»

«Quella da frase.»

«Non ho detto niente.»

«Appunto. È peggio.»

Scesi dalla panchina.

«Andiamo a prendere il pane.»

«Adesso?»

«La bicicletta deve contribuire alla famiglia.»

Trovammo un forno poco distante.

Massimiliano entrò mentre io rimasi fuori con la bicicletta.

Appoggiai una mano sul manubrio.

Era caldo per il sole.

Per la prima volta mi accorsi di quanto fosse piena di piccoli dettagli: la manopola leggermente consumata, un graffio vicino al freno, la sella segnata su un lato, il cestino piegato in un punto.

Il vecchio aveva ragione.

Erano segni di uso.

E usare qualcosa significa permettergli di cambiare.

Vale per gli oggetti.

Vale per le case.

Vale perfino per noi.

Passiamo anni a cercare di non rovinarci. A evitare graffi, errori, segni, pieghe. Poi un giorno scopriamo che una vita perfettamente conservata rischia di assomigliare a quella bicicletta senza graffi: un mobile.

Massimiliano uscì con una busta di carta.

«Tienila.»

«Io?»

«Sì.»

«Ma hai il cestino.»

«Nel cestino si schiaccia.»

«Quindi porto io il pane e tu la bicicletta.»

«Divisione dei compiti.»

Il profumo usciva dalla busta.

Pane caldo.

Iniziammo a tornare verso casa.

Questa volta Massimiliano spingeva la bicicletta con una mano e con l’altra teneva una bottiglietta d’acqua comprata lungo la strada. Io portavo il pane.

«Siamo molto pittoreschi,» dissi.

«Siamo due persone che tornano a casa.»

«È esattamente quello che intendo.»

Passammo per una strada più tranquilla. Dai balconi pendevano panni stesi. Una radio suonava da una finestra aperta. Due donne parlavano da un marciapiede all’altro senza nessuna necessità di avvicinarsi.

Un uomo ci superò su una bicicletta vecchissima, con una cassetta legata dietro.

«Quella sì che ha storie,» dissi.

«Non cominciare a intervistare le biciclette.»

«Potrebbe essere una rubrica.»

«No.»

«Le biciclette di Trani.»

«No.»

«Ogni settimana una.»

«Renzo.»

«Va bene.»

Dopo qualche metro aggiunsi:

«Però sarebbe carino.»

Massimiliano rise.

Quando arrivammo vicino casa, ci fermammo davanti a un piccolo slargo.

«Sai cosa mi piace della bicicletta?» chiesi.

«Che finalmente hai smesso di considerarla un intralcio domestico?»

«Non esageriamo.»

«Allora?»

«Che può andare veloce, ma può anche andare piano.»

«Profondo.»

«Aspetta.»

Lui si appoggiò al manubrio.

«Sei tu che decidi.»

«In genere funziona così.»

«No. Dico che non è come un treno, che parte a un’ora. Non è come una macchina, dove sei chiuso dentro. Puoi fermarti. Scendere. Spingerla. Tornare indietro.»

Massimiliano mi guardò.

«E quindi?»

«Quindi forse la libertà non è andare sempre più lontano.»

«È?»

«Poter scegliere il ritmo.»

Questa volta non scherzò.

Guardò la bicicletta.

«Sì,» disse. «Questo è vero.»

Rientrammo.

Khloe arrivò subito all’ingresso.

Annusò la ruota.

Poi la busta del pane.

Poi di nuovo la ruota.

«Decisione difficile?» le chiesi.

Kandy comparve più lentamente, con l’espressione di chi non ha alcuna intenzione di mostrare curiosità ma vuole comunque sapere tutto.

Massimiliano mise la bicicletta al suo posto.

Io appoggiai il pane sul tavolo.

Per qualche secondo guardai l’ingresso.

La bicicletta occupava esattamente lo stesso spazio di quella mattina.

Eppure non mi sembrava più ingombrante.

Era tornata con un po’ di polvere sulle gomme, una moneta nel cestino, il rumore del campanello ancora nella memoria e un altro piccolo pezzo di città addosso.

«Non dirlo,» disse Massimiliano.

«Cosa?»

«Che adesso ti piace.»

«Non ho detto niente.»

«Lo stai pensando.»

«Forse la tollero.»

«È già moltissimo.»

Nel pomeriggio passai diverse volte davanti all’ingresso.

Ogni volta la vedevo.

Mi tornavano in mente il vecchio con la pompa, la bambina che aveva suonato il campanello, il porto, il pane caldo, Massimiliano che si allontanava e poi tornava.

Pensai che gli oggetti, quando entrano davvero nella nostra vita, smettono lentamente di essere oggetti.

Diventano testimoni.

Un tavolo conserva pranzi e discussioni.

Una sedia ricorda chi si sedeva sempre nello stesso posto.

Una tazza porta il segno delle mattine.

Una bicicletta conserva strade.

Non perché abbia memoria.

Perché ce l’abbiamo noi.

La sera, mentre sistemavamo la cucina, dissi:

«Sai che il vecchio aveva ragione?»

Massimiliano non si voltò.

«Su quale delle frasi che hai già trasformato in filosofia?»

«Sui graffi.»

«Ah.»

«Una bicicletta senza graffi è un mobile.»

«Questo lo aveva detto lui.»

«Lo so.»

«E quindi?»

«Forse anche una vita senza graffi sarebbe un po’ sospetta.»

Massimiliano chiuse un cassetto.

«Per fortuna noi siamo al sicuro.»

Risi.

Aveva ragione.

Di graffi ne avevamo abbastanza.

Come tutti.

Ma forse non erano soltanto cose da nascondere o da riparare. Alcuni erano la prova che avevamo camminato, scelto, cambiato direzione, urtato qualcosa, imparato a rallentare.

Più tardi, prima di andare a letto, passai ancora una volta davanti alla bicicletta.

Le luci erano quasi tutte spente.

Dal soggiorno arrivava una piccola striscia luminosa. Le ruote proiettavano due ombre sottili sul pavimento.

Mi fermai.

Pensai al modo in cui Massimiliano aveva detto, quella mattina: «Se voglio stare con te, la porto.»

Una frase semplice.

Forse la più importante della giornata.

Perché non sempre stare insieme significa muoversi alla stessa velocità.

A volte significa avere una bicicletta e scegliere di camminare.

Altre volte significa lasciare che l’altro pedali un po’ più avanti.

Poi aspettarlo.

Poi ripartire.

Non è necessario avere lo stesso passo.

È necessario riconoscersi lungo la strada.

Da quel giorno la bicicletta di Massimiliano continuò a vivere vicino all’ingresso.

Continuò anche, naturalmente, a trovarsi qualche volta esattamente dove dovevo passare.

«Questa bicicletta è in mezzo,» protestai pochi giorni dopo.

«Pensavo che ormai aveste fatto pace.»

«La pace non elimina i confini territoriali.»

Massimiliano la spostò di dieci centimetri.

«Così?»

«Perfetto.»

E mentre passavo pensai che forse la vita insieme è soprattutto questo.

Non grandi promesse ripetute ogni giorno.

Dieci centimetri.

Un passo rallentato.

Una ruota gonfiata prima di uscire.

Una busta di pane portata per l’altro.

Un campanello lasciato suonare a una bambina.

Piccoli aggiustamenti continui perché due percorsi diversi riescano, per un tratto, a diventare la stessa strada.

La bicicletta di Massimiliano non mi sembrò più un oggetto che occupava spazio.

Mi sembrò il contrario.

Uno di quegli oggetti che, senza volerlo, fanno spazio.

Al tempo.

Alla città.

Alle differenze.

E al modo, imperfetto ma bellissimo, in cui si può andare avanti senza perdere chi cammina accanto.

Renzo Samaritani Schneider – Trani