La donna arrivò di martedì mattina, quando il caldo aveva già cominciato a sollevarsi dalla terra in piccole onde trasparenti.
La Città della Nuova Luce, a quell’ora, sembrava sospesa tra due mondi.
Da una parte c’erano i rumori concreti della giornata che iniziava: pentole sbattute in cucina, scope trascinate sul pavimento, passi sulle pietre ancora tiepide, il rumore secco di un martello proveniente dalle ex stalle, qualcuno che litigava con un tubo dell’irrigazione.
Dall’altra c’era il silenzio del paesaggio.
Ulivi immobili.
Cielo bianco.
Montagne lontane.
Il profilo del Gargano che tremava nel calore.
Renzo era seduto sotto il fico con il computer sulle ginocchia.
Massimiliano stava aiutando Lucia a sistemare alcune cassette di verdura.
Kandy dormiva all’ombra di una sedia.
Khloe, invece, aveva scoperto una lucertola.
E quando Khloe scopriva una lucertola, il resto dell’universo smetteva temporaneamente di esistere.
Fu il rumore di una macchina a interrompere quella quiete.
Una piccola utilitaria bianca avanzò lungo il vialetto sterrato.
Si fermò vicino al cancello.
Scese una donna.
Avrà avuto poco più di trentacinque anni.
Capelli castani raccolti in una coda bassa.
Occhiali da sole.
Jeans chiari.
Camicia di lino beige.
Uno zaino nero.
Niente mala.
Niente tuniche.
Niente simboli spirituali.
Sembrava quasi fuori posto.
Ed era proprio quella normalità a renderla immediatamente visibile.
La donna si presentò come Elisa.
Disse di venire da Bari.
Disse di lavorare nel settore della comunicazione.
Disse di essere arrivata perché aveva bisogno di “staccare”.
Una parola molto utilizzata lì.
Staccare.
Staccare dal lavoro.
Dalla città.
Dai social.
Dalle relazioni.
Dai fallimenti.
Dalle famiglie.
Dalle versioni di sé che non si riuscivano più a sopportare.
Lucia le assegnò una stanza.
Numero ventidue.
— Colazione dalle sette alle nove.
— Va bene.
— Pranzo all’una.
— Perfetto.
— Cena alle sette e mezza.
— Grazie.
— E se qualcuno ti dice che devi pulire un bagno, non è un rito iniziatico.
Elisa rise.
— Ricevuto.
Lucia la guardò per un secondo.
Poi sorrise.
— Bene. Mi sei già simpatica.
Renzo la notò subito.
Non perché facesse qualcosa di strano.
Ma perché osservava.
Troppo.
Durante i pasti parlava poco.
Ascoltava.
Guardava come venivano distribuiti i compiti.
Chi sedeva vicino a Shivananda.
Chi interveniva nelle assemblee.
Chi cucinava.
Chi puliva.
Chi veniva ascoltato.
Chi no.
Ogni tanto tirava fuori il telefono.
Scriveva qualcosa.
Poi lo rimetteva via.
— Quella prende appunti — disse Massimiliano.
— Magari scrive poesie.
— Certo.
— Oppure la lista della spesa.
Massimiliano lo guardò.
Renzo sospirò.
— Va bene. Anch’io penso che prenda appunti.
Il dubbio diventò certezza tre giorni dopo.
Renzo stava andando verso la cucina quando sentì una voce provenire da dietro il magazzino.
Elisa.
Parlava al telefono.
— Sì.
Pausa.
— No, ancora niente di veramente compromettente.
Renzo si fermò.
Non voleva ascoltare.
Ma ascoltò.
— Sì, c’è il guru.
Pausa.
— No, non sembra tutto così gerarchico come immaginavo.
Altra pausa.
— Sto cercando di capire il sistema delle donazioni.
Renzo chiuse gli occhi.
Ecco.
La giornalista.
Quella sera ne parlò con Massimiliano.
Seduti davanti alla stanza numero sette.
Il cielo era diventato color pesca.
Kandy dormiva sul muretto.
Khloe tentava di salire sopra un vaso troppo piccolo per contenerla.
— È una giornalista.
— Sicuro?
— Quasi.
— E cosa facciamo?
Renzo rimase in silenzio.
Era una domanda più complessa di quanto sembrasse.
Avvisare Shivananda?
Ignorarla?
Chiederle direttamente?
Espellerla?
Qualunque decisione avrebbe detto qualcosa sulla comunità.
Forse più della sua stessa presenza.
— Nulla — disse.
Massimiliano lo guardò.
— Nulla?
— Per ora.
Il giorno dopo Elisa partecipò a una meditazione.
Sedette in fondo.
Occhi chiusi.
Schiena dritta.
Renzo la osservò.
Si domandò quanto fosse reale quella meditazione.
Poi si accorse della domanda.
E provò vergogna.
Perché nessuno avrebbe potuto sapere cosa stesse succedendo dentro di lei.
Nemmeno una persona arrivata con un secondo fine era necessariamente incapace di essere toccata da qualcosa.
Fu Shivananda a smascherarla.
O forse, più precisamente, a darle l’occasione di smascherarsi.
Durante una riunione serale, sotto il pergolato, si parlava di soldi.
Argomento delicato.
Sempre.
Il nuovo pozzo costava più del previsto.
Le donazioni erano insufficienti.
Bisognava decidere se chiedere un contributo maggiore agli ospiti che potevano permetterselo.
Elisa prese la parola.
— Posso fare una domanda?
Shivananda annuì.
— Come vengono gestite esattamente le donazioni?
Silenzio.
Qualcuno la guardò male.
Lei continuò.
— Esiste un rendiconto?
— Sì — rispose Shivananda.
— È consultabile?
— Certamente.
Qualche secondo.
— Anche dagli ospiti?
— Anche dagli ospiti.
Shivananda la guardò.
— Anche dai giornalisti.
Il cortile diventò immobile.
Elisa impallidì.
Renzo abbassò gli occhi.
Massimiliano trattenne un sorriso.
Shivananda continuò con calma.
— Vuoi dirci qualcosa?
La donna rimase in silenzio.
Poi respirò profondamente.
— Sì.
Tolse gli occhiali.
Per la prima volta Renzo vide bene i suoi occhi.
Erano stanchi.
— Mi chiamo Elisa De Santis.
La voce tremava appena.
— Sono giornalista.
Nessuno parlò.
— Collaboro con una testata locale.
Arianna incrociò le braccia.
Lucia appoggiò lentamente il cucchiaio sul tavolo.
— Sono venuta qui senza dichiararlo.
Pausa.
— Pensavo di trovare una setta.
Il silenzio si fece ancora più pesante.
Un ragazzo tedesco si alzò.
— Devi andartene.
Qualcuno annuì.
Un’altra donna intervenne.
— È una violazione della nostra fiducia.
— Certo che lo è — disse Lucia.
Elisa abbassò gli occhi.
— Lo so.
Shivananda rimase seduto.
Non sembrava sorpreso.
— E cosa hai trovato? — chiese.
Elisa sollevò lentamente lo sguardo.
— Non lo so ancora.
— È una risposta onesta.
— Ho trovato cose che mi piacciono.
Qualcuno sbuffò.
— Ho trovato anche cose che mi preoccupano.
Arianna intervenne.
— Tipo?
Elisa esitò.
— Il rapporto con il maestro.
Le persone si irrigidirono.
Lei continuò.
— Quando una comunità ruota attorno a una persona carismatica, esiste sempre un rischio.
Renzo pensò immediatamente a Osho.
A Rajneeshpuram.
A tutte le comunità nate con grandi ideali e poi trasformate dal potere, dal denaro, dall’isolamento.
Shivananda, però, non sembrò offendersi.
— Hai ragione — disse.
Elisa lo guardò sorpresa.
— Scusa?
— Hai ragione.
Shivananda appoggiò le mani sulle ginocchia.
— Quel rischio esiste.
Nel cortile passò una specie di corrente.
Nessuno si aspettava quella risposta.
— E come pensi di evitarlo? — chiese Elisa.
Shivananda sorrise appena.
— Non lo so se riusciremo a evitarlo.
Renzo lo osservò.
Quella frase gli piacque.
Molto.
Perché non conteneva sicurezza.
Conteneva responsabilità.
— Possiamo provare — continuò Shivananda. — Trasparenza economica. Consiglio cittadino. Possibilità di critica. Turni di responsabilità. Nessun obbligo di devozione.
Fece una pausa.
— E persone come te.
Elisa aggrottò la fronte.
— Come me?
— Che fanno domande scomode.
Il ragazzo tedesco protestò.
— Ma ci ha mentito!
— Sì — disse Shivananda.
— Allora perché dovrebbe restare?
Shivananda lo guardò.
— Perché se espelliamo chiunque ci guardi con sospetto, prima o poi resteranno soltanto quelli che ci guardano con adorazione.
Silenzio.
Renzo sentì quella frase attraversargli il petto.
Era forse la cosa più importante che avesse sentito da quando era arrivato lì.
Elisa rimase.
Non come infiltrata.
Come giornalista dichiarata.
Le venne concessa libertà di parlare con chiunque.
Accedere ai bilanci.
Partecipare alle riunioni aperte.
Visitare gli orti.
La cucina.
L’ostello.
Perfino i bagni.
— Quelli soprattutto — disse Lucia. — Così scrive che almeno li puliamo.
Durante i giorni successivi accadde qualcosa di curioso.
Elisa cominciò a essere più critica.
Ma anche più coinvolta.
Fece domande difficili.
Perché la fotografia di Shivananda era nel tempio?
Come venivano gestite le persone emotivamente fragili?
Cosa succedeva se qualcuno voleva andarsene?
Esistevano regole sui rapporti sentimentali?
Chi decideva le pratiche spirituali?
Come venivano selezionati i responsabili?
Le domande infastidivano.
Ma obbligavano tutti a pensare.
Persino Renzo si accorse che alcune cose che aveva accettato con entusiasmo meritavano di essere osservate più attentamente.
Una sera trovò Elisa davanti al tempio.
Era seduta sui gradini.
Non prendeva appunti.
Non aveva il telefono.
Guardava il tramonto.
— Hai già trovato la setta? — le chiese.
Lei rise.
— Non ancora.
— Delusa?
— Professionalmente un po’.
Renzo si sedette accanto a lei.
— E personalmente?
Elisa rimase in silenzio.
Il sole stava scendendo dietro le colline.
La luce aveva trasformato le pietre in oro.
— Personalmente non so più perché sono qui.
Renzo sorrise.
— Ottimo.
— Perché ottimo?
— Perché quando non sai più perché sei in un posto, cominci forse a vederlo davvero.
L’articolo uscì due settimane dopo.
Non aveva un titolo scandalistico.
Non parlava di santoni.
Non parlava di setta.
Non era nemmeno celebrativo.
Il titolo era:
Dentro la Città della Nuova Luce: utopia, contraddizioni e domande aperte
Renzo lo lesse tutto.
Elisa raccontava la bellezza.
Ma anche i rischi.
La generosità.
Ma anche la fragilità.
La trasparenza.
Ma anche la dipendenza dal carisma di un fondatore.
Gli orti.
I bagni.
La cucina.
Le discussioni.
Il silenzio.
Il denaro.
Le persone.
Niente paradiso.
Niente inferno.
Soltanto esseri umani che provavano a costruire qualcosa.
Qualcuno nella comunità si arrabbiò.
— Poteva essere più positiva.
Qualcun altro disse:
— Finalmente un articolo serio.
Lucia commentò:
— Almeno non ha scritto male della cucina.
Massimiliano rise.
Renzo, invece, andò a cercare Shivananda.
Lo trovò sotto l’ulivo.
— Hai letto?
— Sì.
— Ti è piaciuto?
Shivananda ci pensò.
— No.
Renzo scoppiò a ridere.
— Almeno sei sincero.
Shivananda sorrise.
— Però credo che ci serva.
Quella sera Renzo scrisse sul suo quaderno:
Ogni utopia ha bisogno di qualcuno che la ami.
Ma forse ha ancora più bisogno di qualcuno che la osservi senza essere innamorato.
Perché la luce che non accetta domande diventa presto abbaglio.
E una comunità che pretende di non avere ombre è già diventata pericolosa.
Chiuse il quaderno.
Kandy dormiva accanto alla finestra.
Khloe osservava il buio.
Fuori, la città continuava la sua vita.
Qualcuno pregava.
Qualcuno litigava.
Qualcuno cucinava.
Qualcuno dubitava.
E per la prima volta Renzo pensò che forse il dubbio non fosse il contrario della fede.
Forse era semplicemente il modo con cui la fede imparava a non diventare cieca.