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Il giorno che il mare parlò piano




Il racconto del venerdì – Il giorno che il mare parlò piano

di Renzo Samaritani Schneider

Era uno di quei giorni in cui il mare non ha nulla da dimostrare.
Niente onde alte, niente schiuma teatrale, nessuna rabbia in superficie. Solo un respiro lento, regolare, come quello di qualcuno che dorme bene.

Avevo deciso di camminare lungo la costa senza un orario preciso, senza una meta vera. Il cielo era velato, non grigio, ma morbido, come se avesse scelto di non farsi notare. L’aria sapeva di sale e di alghe lontane, e il vento era così leggero che sembrava chiedere permesso prima di passarmi accanto.

I miei passi sulla pietra facevano un rumore secco, ritmato.
Passo.
Risposta del mare.
Passo.
Risposta.

A un certo punto ho rallentato, quasi istintivamente, come se qualcuno mi avesse detto:
«Aspetta.»

Mi sono fermato vicino al parapetto basso, quello da cui si vede l’acqua scorrere appena sotto. Ho appoggiato le mani sulla pietra fredda e ho guardato giù.

«Oggi sei calmo,» ho detto.
Lo so, parlare al mare non è considerato un gesto “normale”, ma non mi sono mai fidato troppo della normalità.

L’onda è arrivata lenta, ha toccato la roccia e si è ritirata senza rumore.
Se avesse avuto una voce, avrebbe risposto:
“Oggi sì.”

Accanto a me si è fermato un uomo sulla sessantina, con una giacca leggera e una sciarpa sottile. Guardava il mare come si guarda qualcuno che si conosce da sempre.

«Quando fa così,» ha detto senza guardarmi, «vuol dire che sta pensando.»
«Il mare?»
«Sì. Quando urla, sfoga. Quando tace, ascolta.»

Ho sorriso.
«E oggi cosa ascolta, secondo lei?»
L’uomo ha alzato le spalle.
«Tutti quelli che non hanno il coraggio di parlargli ad alta voce.»

Siamo rimasti in silenzio qualche secondo.
Poi lui ha aggiunto:
«Io vengo qui quando non voglio risposte. Solo compagnia.»

Annuii.
Era esattamente quello che stavo facendo anch’io.

Ho ripreso a camminare, lasciandomi alle spalle quell’uomo e portandomi dietro le sue parole come si portano certi sassolini in tasca. Il rumore dell’acqua era ovattato, quasi trattenuto. Non c’era niente di spettacolare, e proprio per questo era tutto profondamente vero.

Ho pensato alle cose che ho imparato col tempo.
Che non tutte le verità arrivano come rivelazioni.
Che alcune crescono piano, come le maree basse.
Che il silenzio non è un vuoto da riempire, ma uno spazio da abitare.

Poco più avanti, una coppia camminava mano nella mano. Lei parlava, lui ascoltava.
«Non devi risolvere tutto,» diceva lei.
«Lo so,» rispondeva lui. «Sto solo cercando di capire dove appoggiarlo, questo peso.»
«Appoggialo qui,» disse lei indicando il mare. «Non lo giudica.»

Mi sono fermato di nuovo.
Quel “non lo giudica” mi ha colpito più di qualsiasi frase elaborata.

«È vero,» ho sussurrato, più a me stesso che all’acqua.
Il mare ha risposto con una piccola onda, quasi impercettibile.
Se fosse stato un dialogo, sarebbe stato così:
“Ti sento.”
“Basta.”

Ho chiuso gli occhi per un attimo.
L’aria salmastra mi riempiva i polmoni, il vento mi sfiorava il viso, e tutto sembrava al suo posto, anche le cose irrisolte.
Soprattutto quelle.

Quando ho riaperto gli occhi, ho capito che non avevo bisogno di aggiungere altro. Il mare quel giorno non parlava forte, ma ogni parola arrivava esattamente dove doveva arrivare.

Riprendendo la strada verso casa, ho pensato che viviamo in un mondo che urla continuamente, che pretende risposte immediate, spiegazioni, posizioni nette.
E invece no.
Alcune verità si concedono solo a chi sa abbassare il volume.

Quel giorno, il mare parlò piano.
E io, finalmente, ero abbastanza in silenzio da ascoltare.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, dicembre 2025



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