Il racconto del venerdì — N. 46
Opera narrativa di finzione: situazioni e dialoghi costruiti per la storia, non cronaca o dichiarazioni realmente avvenute.
Alle cinque del pomeriggio una cima bagnata lasciava sul molo una striscia scura, sottile come il segno di una matita. Qualcuno l’aveva appoggiata accanto a una bitta di ferro e se n’era andato verso una barca, senza preoccuparsi del disegno che l’acqua stava facendo sulla pietra. Io, invece, mi fermai a guardarlo. Non avevo appuntamenti né una destinazione particolare. Ero uscito con l’intenzione di camminare mezz’ora, che è una di quelle decisioni abbastanza piccole da non dover essere difese davanti a nessuno. Il porto aveva la quiete laboriosa delle cose che, pur sembrando ferme, continuano a muoversi.
Il molo aveva l’odore che gli appartiene quando il sole comincia a scendere: sale, cordame, gasolio lontano e qualcosa di vegetale portato dall’acqua. A un certo punto passò un gabbiano, troppo basso per essere elegante, e si posò con l’aria di un impiegato che avesse finalmente trovato una scrivania libera. Mi venne da ridere. Poi vidi un nodo nella cima. Sembrava fatto apposta per non sciogliersi, e tuttavia il suo ultimo giro si era allentato. C’erano granelli di sabbia incastrati tra le fibre e un piccolo filo più chiaro, simile a un capello. Nessuno dei due particolari aveva importanza per la navigazione. Per me, in quel momento, ne aveva.
Da qualche giorno avevo in testa una domanda che cambiava forma ogni volta che provavo a pronunciarla. Non riguardava una disgrazia, un litigio o una scelta drammatica. Era più fastidiosa proprio perché ordinaria: come si fa a capire se la vita che stiamo costruendo ci somiglia ancora? Al mattino mi sembrava una domanda pratica, fatta di impegni, spazi e orari. La sera diventava una questione più grande. Nel mezzo, mentre rispondevo ai messaggi e mettevo ordine fra le carte, trovavo sempre qualcosa da fare prima di affrontarla. Di solito non me ne accorgevo. Quel pomeriggio, invece, mi ero sorpreso a programmare perfino i momenti in cui avrei dovuto smettere di programmare.
Guardai l’orologio: le cinque e tre. Davanti a me una barca oscillava appena. Il suo riflesso era più agitato dello scafo, come accade ai pensieri quando li si osserva troppo da vicino. Sarei potuto tornare indietro, comprare del pane e dichiarare che la passeggiata aveva assolto il suo compito. Invece restai. Avevo la sensazione che il mare non mi chiedesse di formulare bene niente, e per una volta quella mancanza di richiesta mi sembrò una gentilezza. Una voce più lontana, forse proveniente dalla banchina, contò qualcosa ad alta voce fino a quattro. Dopo il quarto numero arrivò una risata. Il resto lo portò via il vento.
Il telefono vibrò in tasca. Era Massimiliano. Mi aveva scritto una frase molto concreta: «Hai preso il pane?». La grande questione esistenziale, appena apparsa, dovette fare posto a una pagnotta. Risposi che non l’avevo ancora preso e aggiunsi che ero al molo. Dopo un momento arrivò un secondo messaggio: «Allora il pane aspetta cinque minuti». Sorrisi. Nelle storie che raccontiamo della nostra vita ci sono dialoghi che sembrano irrilevanti e invece ci insegnano una misura: non tutto ciò che conta deve presentarsi con le trombe. E non tutto quello che tace è secondario. A volte l’affetto somiglia più alla libertà di dimenticare il pane per un poco che alle grandi dichiarazioni.
Mi sedetti sulla panchina più vicina, una di quelle che conservano il calore del giorno anche quando l’aria ha già deciso di diventare fresca. Avevo portato con me un piccolo taccuino, ma non lo aprii. Spesso mi piace prendere appunti per non perdere le idee; quel giorno, però, mi accorsi che stavo cercando di non perdere qualcosa prima ancora di sapere che cosa fosse. Il mare si muoveva con lentezza contro i sassi. Non faceva discorsi. Produceva soltanto un rumore preciso, seguito da una pausa e poi dallo stesso rumore, mai davvero identico. Appoggiai le mani sulle ginocchia. Avevo voglia di telefonare a qualcuno e nessuna voglia di parlare: un contrasto che mi sembrò perfettamente comprensibile.
Il legno e il mare
Sulla banchina poco più avanti lavorava un uomo a una piccola barca. Aveva appoggiato una cassetta degli attrezzi sul bordo e teneva in mano un pezzo di legno chiaro, una tavoletta che sembrava destinata a sostituirne un’altra consumata. Per un po’ lo osservai senza avvicinarmi. Misurava, provava, scuoteva la testa, ricominciava. Non dava l’impressione di essere nervoso. Sembrava semplicemente uno che accettasse il fatto che, per sistemare una cosa, occorre guardarla più volte. Un attrezzo tintinnò contro il bordo della cassetta. Lui lo rimise al suo posto con una cura che mi commosse senza una ragione precisa, come se riporre bene un cacciavite potesse riparare anche qualcosa intorno.
A un certo punto il legno gli sfuggì e cadde a pochi centimetri da una pozzanghera. Mi alzai d’istinto, ma lui era già arrivato a raccoglierlo. «Per poco non se ne andava a navigare da solo», dissi. L’uomo rise. «Questo pezzo ha più voglia di mare di me». Aveva un’età difficile da indovinare, il viso arrossato dal vento e un paio di occhiali tenuti sulla fronte. Non gli chiesi il nome. In certi incontri il nome arriva solo se serve. Rimasi lì, vicino ma non tanto da ostacolarlo, mentre lui puliva il legno con il palmo. Il sole disegnava una riga dorata sul bordo del suo polso.
«È difficile da aggiustare?», domandai indicando la barca. «No. È difficile capire dove sta davvero il problema». Sollevò la tavoletta e me la mostrò. «Se cambio questa e basta, domani scricchiola quella accanto. Devo vedere come lavorano insieme». La frase mi rimase addosso più di quanto avrebbe dovuto. Mi venne la tentazione di trasformarla subito in una lezione sulla vita, ma mi trattenni. Lui stava parlando di legno, viti e acqua salata, e meritava che lo ascoltassi prima come un artigiano che come un filosofo involontario. Mi fece notare una piccola fessura. Prima che la indicassse non l’avevo vista; dopo, non riuscivo più a guardare altro.
Mi raccontò, con poche parole, che il mare non aveva rovinato quella barca in una notte. «Le cose si consumano mentre tu le usi. Se aspetti che facciano rumore, certe volte è tardi. Ma se le guardi tutti i giorni, diventi uno che controlla e basta». Sembrava aver trovato un equilibrio che non riusciva a spiegare meglio. Io dissi soltanto: «Allora bisogna imparare quando intervenire». «Magari», rispose lui. «Io provo. Quando sbaglio, svito». Gli sorrisi. Una risposta onesta ha spesso una forma poco spettacolare. Non era una massima da scrivere sul muro; era un modo di tenere un cacciavite senza farsene il padrone.
Tornai alla panchina mentre l’uomo riprendeva il suo lavoro. Un bambino passò correndo con un pallone sotto il braccio. Dietro di lui una donna gli ricordò di non avvicinarsi troppo al bordo. Il bambino si fermò con un salto e protestò che lo sapeva già. Mi sembrò di vedere, in quel piccolo scambio, tutte le età umane raccolte in due frasi: qualcuno si preoccupa, qualcuno ha fretta di dimostrare che non ne ha bisogno. Anch’io, a volte, non sopporto che mi si ricordi ciò che conosco già. Altre volte vorrei proprio che qualcuno lo facesse. Il bambino cambiò direzione senza smettere di sorridere e la donna abbassò le spalle, soddisfatta a metà.
La luce aveva cambiato inclinazione. Una vela bianca lontana sembrava un ritaglio di carta; da vicino, invece, sicuramente aveva macchie, cuciture, pieghe e qualche riparazione. Pensai che spesso giudichiamo le cose a quella distanza: una relazione, un progetto, una scelta. Da lontano paiono nette. Quando ci entri dentro, scopri che sono fatte di aggiustamenti e di giornate in cui un pezzo tiene mentre l’altro chiede attenzione. Non è un difetto. È la normale anatomia di ciò che dura. Da anni imparo questa lezione senza finirla mai, e mi sembrava curioso che la stessi ripassando di fronte a una barca di cui non conoscevo neppure il nome.
Aprii il taccuino. Scrissi: «Non tutte le domande chiedono una risposta oggi». Rilessi la frase e mi parve un po’ pomposa. La cancellai con una riga, poi feci una cosa ridicola: rimasi a guardare la cancellatura come se fosse più vera delle parole. Avevo sempre pensato che per prendere una decisione occorresse chiarirsi le idee. Ma quella sera mi venne il dubbio contrario: forse, ogni tanto, chiarirsi le idee significa ammettere che non sono ancora chiare e smettere di fingere il contrario. Appoggiai la penna aperta sulle pagine. Il vento ne sollevò un angolo e io lo tenni fermo con un dito.
Nella memoria affiorò un pomeriggio lontano in cui avevo riordinato una stanza senza sapere che cosa farne. Avevo spostato gli stessi libri tre volte, tenuto in mano un oggetto per minuti interi, aperto e chiuso una scatola. Alla fine ero uscito lasciando metà del lavoro sul pavimento. Il giorno dopo avevo capito che il problema non era la disposizione degli oggetti: non avevo ancora deciso come volevo usare quella stanza. Non ricordo più come finì il riordino; ricordo il sollievo di poterlo rimandare senza chiamarlo fallimento. Anche adesso mi capita di confondere un problema di collocazione con uno di significato. Metto in fila le cose, sperando che da quella fila salti fuori anche il motivo per cui le tengo.
Il telefono vibrò di nuovo. Questa volta era una chiamata, ma non la presi: non ero in un luogo adatto, e preferisco spesso lasciare che le parole arrivino quando posso accoglierle. Scrissi un breve messaggio a Massimiliano, dicendo che sarei passato dal forno e che il mare aveva temporaneamente requisiti più alti del previsto. Mi rispose con un’emoji che poteva significare almeno tre cose. Da anni mi piace immaginare che nelle relazioni lunghe nasca anche una lingua privata, fatta di abbreviazioni, pause e piccoli scherzi che non hanno bisogno di traduzione. La parte sorprendente è che a volte basta una parola sbagliata per capirsi meglio di quanto si farebbe con un discorso impeccabile.
Il vento e le parole
Vicino alle barche due persone discutevano sul verso del vento. Una indicava il largo; l’altra guardava il pennone. Nessuna delle due sembrava arrabbiata. Mi colpì che potessero dissentire senza alzare la voce. Ci sono discussioni che cercano un vincitore e discussioni che cercano soltanto di capire da che parte tira l’aria. Non sempre siamo capaci di riconoscere la differenza. Io per primo, quando sono stanco, trasformo una domanda innocente in un esame da superare. Sul molo quella sera non si celebravano esami. Le barche sarebbero rimaste ormeggiate anche se uno dei due avesse sbagliato a leggere il vento. Mi parve una rassicurazione molto civile.
Mi alzai e camminai lentamente lungo il bordo interno del molo. Sulla pietra erano rimasti piccoli aloni di sale. Il parapetto conservava segni d’urti e di riparazioni; non c’era nulla di romantico in certe scheggiature, e proprio per questo erano interessanti. Quella struttura non si preoccupava di sembrare nuova. Doveva reggere il passaggio, l’acqua, le scarpe di chi tornava. Avrei voluto portare a casa quella qualità: non la durezza, ma una certa disponibilità a restare utili anche con qualche angolo consumato. Da un cortile arrivò il rumore metallico di un cancello. Poco più in là un uomo arrotolava con gesti lenti una manichetta. La giornata stava chiudendo, ma nessuno aveva fretta di annunciarlo.
All’estremità della banchina trovai l’uomo della tavoletta. Aveva finito di fissarla e stava pulendo il bordo con un panno. «Ha risolto?», chiesi. Scosse la testa, soddisfatto. «Ho sistemato questo punto. Il resto lo vedrò quando torna in acqua». Mi aspettavo una risposta diversa: un sì pieno, definitivo, una dichiarazione di successo. Invece lui aveva soltanto delimitato quello che sapeva. «Non la preoccupa?». «Se mi preoccupo di ogni cosa prima di provarla, non varo più niente». Fece un piccolo gesto col cacciavite, come per salutare la questione, e lo ripose nella cassetta. Io guardai il pezzo di legno. Non sembrava diverso dagli altri. Forse era proprio quello il segno di un lavoro riuscito.
Camminammo per pochi metri nello stesso verso. Mi disse che a volte si era convinto di avere individuato un guasto e invece ne aveva trovato un altro. «Lo sai solo dopo», aggiunse. Io pensai ai progetti sui quali lavoro, alle scadenze che si moltiplicano, alla facilità con cui passo dal desiderio di costruire a quello di controllare che tutto sia stato costruito bene. La prima spinta ha qualcosa di leggero; la seconda rischia di diventare pesante. Forse non erano due nemiche. Avevano soltanto bisogno di alternarsi. Non gli raccontai tutto questo. Gli chiesi invece dove avesse trovato le viti. Mi indicò una ferramenta generica, senza nome. Anche quella risposta mi riportò piacevolmente alle proporzioni del mondo.
«Sente mai il bisogno di lasciare una cosa incompleta?», gli domandai. Mi guardò divertito. «Se sapessi quante. Il guaio è che a volte non è incompleta: è finita abbastanza per oggi». Poi indicò il mare. «Se rimani qui, fra un’ora questa luce è diversa. Non è sbagliata adesso». Mi accorsi che, senza volerlo, avevo trovato una frase da annotare. Questa volta non aprii il taccuino. La lasciai dove era, insieme al rumore delle onde. C’era un sollievo particolare nel non trasformare ogni incontro in materiale, ogni intuizione in un progetto e ogni pausa in una lista di cose da fare.
Poco dopo lo salutai. Non ci scambiammo nomi né promesse di rivederci. Era stato un incontro modesto, il genere di cosa che in un racconto potrebbe sembrare messa lì per insegnare qualcosa al protagonista. Ma la verità della scena, almeno nella sua invenzione, stava nella tavoletta: quell’uomo aveva soprattutto voglia di finirla e tornare a casa. Io ero il passante che gli aveva fatto troppe domande. Questa proporzione mi piacque. Non tutto quello che ci illumina nasce con l’intenzione di farlo. Mi augurai che la sua barca tornasse in acqua senza scricchiolare e mi dissi che, se così non fosse stato, l’avrebbe probabilmente guardata ancora una volta.
Guardai verso il largo. Una barca procedeva a velocità così bassa che da fermo non riuscivo a stabilire se stesse entrando o uscendo. Era necessario scegliere? Aspettai qualche istante e la vidi passare dietro un segnale rosso: stava tornando. Mi venne da pensare che certe risposte sono così. All’inizio non capisci il movimento perché lo osservi per troppo poco tempo. Se resisti alla tentazione di decidere subito, la traiettoria si mostra da sola. Non sempre, certo. Ma alcune volte sì. Mi sembrò una scoperta meno ambiziosa e perciò più utile di molte frasi sottolineate nei libri. Talvolta il compito non è risolvere ma smettere di ostacolare ciò che si sta mostrando.
Mi sedetti ancora, questa volta sulla pietra tiepida vicino alla panchina. Avevo le mani libere e non volevo fare niente di speciale. Il sole accarezzava il fianco di una barca, lasciando l’altro in ombra. Pensai alle cose che costruiscono le nostre settimane: il lavoro paziente, le parole scritte, le cure domestiche, i progetti con nomi grandi e i gesti piccoli che non hanno un titolo. A volte pretendo che tutto questo componga subito una figura nitida, qualcosa che si possa descrivere in una frase. Forse una vita assomiglia più a quel fianco illuminato a metà. Il resto della barca esisteva anche dove non arrivava la luce, e nessuno avrebbe detto che per questo fosse incompleta.
La strada di casa
Mi tornò alla mente il pane. Ancora una volta il pane, con la sua ostinazione a essere necessario anche quando uno è occupato a interrogare l’esistenza. Il forno avrebbe chiuso più tardi; non c’era urgenza. Però decisi che quella sarebbe stata la mia prima scelta concreta: alzarmi, comprare il pane e andare a casa. La domanda grande sarebbe venuta con me. Non volevo più usarla come un lasciapassare per sottrarmi alle decisioni piccole. Mentre mi alzavo, mi accorsi che il corpo conosceva la risposta a una parte delle questioni: avevo camminato abbastanza e avevo fame. Era una conoscenza semplice, poco incline ai dibattiti, alla quale potevo concedere almeno quel merito.
Mentre risalivo il molo, incontrai di nuovo il bambino col pallone. Questa volta camminava tenendolo sotto il braccio e ascoltava la donna che gli parlava. Non sapevo che cosa si fossero detti nel frattempo. Non lo chiesi. Pensai che ogni incontro intravisto per strada è una storia alla quale assistiamo soltanto per qualche riga. Il resto appartiene a chi la vive. Forse imparare ad ascoltare vuol dire anche questo: rinunciare a pretendere il capitolo mancante. Il bambino si chinò a raccogliere una bottiglia vuota dal selciato e la passò alla donna, che la portò verso un cestino. Non occorreva conoscere il resto della scena per capire quella parte.
Il cielo stava cambiando e nessun orologio poteva convincerlo a farlo più in fretta. Presi ancora il taccuino. Sopra la cancellatura scrissi una frase semplice: «Oggi ho rimesso a posto un punto». Mi sembrò assurdo, visto che l’unica cosa che avevo fatto era camminare e parlare con uno sconosciuto, immaginario come certe conversazioni che si compongono da sole nella nostra mente. Ma pensai alla tavoletta della barca e capii che il punto non era avere aggiustato tutta la vita. Era averle lasciato spazio perché una piccola parte trovasse il proprio posto. Chiusi il taccuino senza fissare promemoria. La pagina avrebbe potuto aspettare almeno fino a domani.
Quella sera, entrando in casa col pane, avrei potuto raccontare a Massimiliano di avere scoperto il segreto della serenità. Sarebbe stata una bugia e lui, probabilmente, me l’avrebbe fatto notare con affetto. Più verosimilmente gli avrei detto che il mare era tranquillo e che avevo visto un uomo riparare una barca. A lui sarebbe interessato sapere se avevo preso il pane giusto. Avrei risposto di sì, con quell’orgoglio minimo che meritano le cose portate a termine. Avremmo tagliato due fette e forse parlato d’altro. Nessuno avrebbe avuto l’obbligo di pronunciare una conclusione. Forse sarebbe comparsa una delle gatte, decisa a osservare un’attività dalla quale non avrebbe ottenuto niente, e quella sarebbe stata la scena più importante della serata.
Mi voltai un’ultima volta. La cima di prima era ancora sulla banchina, ma la striscia d’acqua si era asciugata quasi del tutto. Il nodo aveva mantenuto il suo giro incompleto. Non era un simbolo perfetto; era soltanto una corda appoggiata su una pietra, in attesa di una mano che sapesse cosa farne. Nel tratto di mare oltre le barche, la luce del pomeriggio cadeva senza rumore. Il molo, da dove lo guardavo, somigliava a una lunga frase che non voleva ancora il punto. Non perché non sapesse terminare, ma perché non aveva bisogno di farlo in mia presenza.
Erano passate le cinque. Non avevo risposto alla domanda che mi aveva accompagnato fino al molo, eppure non sentivo più il bisogno di trascinarla davanti a un tribunale. Il mare aveva ascoltato, come fanno talvolta le persone migliori: senza interrompere, senza offrire una soluzione confezionata, senza pretendere che alla fine dicessi grazie. Rimasi qualche secondo sulla soglia tra pietra e strada. Poi ripresi a camminare, lasciando al mare la parte della domanda che per quel giorno non avevo saputo portare a casa.
Renzo Samaritani Schneider – Trani
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