15 ottobre 2026 — Cultura, tecnologia, società

Immaginiamo una nonna che prova a scrivere sul telefono una frase nella lingua parlata in famiglia. Sulla tastiera mancano alcuni segni; il correttore cambia parole che non conosce; l’assistente vocale interpreta tutt’altro. È una scena immaginaria, ma descrive un problema concreto: il digitale non offre a tutte le lingue le stesse possibilità.

Quando diciamo che la tecnologia «parla con tutti», dobbiamo chiederci in quali lingue e a quali condizioni. Non si tratta soltanto di avere un traduttore più veloce. Una lingua permette di tramandare affetti, conoscenze, modi di nominare luoghi e relazioni. Se non trova posto negli strumenti quotidiani, chi la parla può incontrare una barriera in più per studiare, informarsi o accedere ai servizi.

Settemila lingue, ma un mondo digitale molto più stretto

Nel novembre 2025 l’UNESCO ha presentato una tabella di marcia globale per il multilinguismo nell’era digitale. Nella comunicazione di lancio ha richiamato uno squilibrio impressionante: nel mondo sono parlate oltre 7.000 lingue, mentre soltanto circa 1.000 avrebbero una presenza online significativa secondo il quadro utilizzato dall’organizzazione. Sono grandezze indicative, non una graduatoria immutabile: che cosa significhi «essere online» dipende dai criteri con cui si misurano siti, contenuti e servizi disponibili.

Il punto resta chiaro. Un’app può funzionare alla perfezione per una lingua molto diffusa e non avere neppure la tastiera, la sintesi vocale o materiali di base per un’altra. Non tutte le lingue meno rappresentate sono minacciate di scomparsa; e non tutte le lingue minacciate affrontano gli stessi problemi. Confondere le situazioni sarebbe un altro modo di renderle invisibili.

Non basta tradurre il pulsante «Invia»

Una rete davvero plurilingue riguarda più livelli. C’è la possibilità di scrivere correttamente nomi e parole con i segni della propria scrittura. C’è il riconoscimento vocale, che deve distinguere pronunce e sfumature senza forzare ogni suono dentro un modello dominante. Ci sono moduli pubblici, strumenti scolastici, avvisi d’emergenza, sottotitoli, archivi e libri elettronici.

Per una persona, il risultato si misura in gesti modestissimi: riuscire a compilare un modulo senza storpiare il cognome, cercare un’informazione nella lingua in cui ragiona, far ascoltare a un nipote una storia raccontata da chi la conosce. Una traduzione automatica può aiutare, ma non deve diventare un sostituto di qualità, contesto e diritto di scegliere.

Quando anche un indirizzo email diventa una soglia

Il problema è meno astratto di quanto sembri. Nel Forum WSIS del luglio 2026, l’UNESCO ha insistito anche sulla cosiddetta Universal Acceptance, il principio secondo cui i sistemi dovrebbero riconoscere correttamente nomi di dominio e indirizzi email scritti con caratteri e alfabeti diversi. Non basta che Internet permetta tecnicamente un certo nome: siti, moduli e programmi devono saperlo accettare davvero.

È una buona metafora per tutta la questione. L’inclusione non esiste soltanto nelle dichiarazioni: si vede quando una porta digitale si apre senza chiedere a qualcuno di modificare la propria identità per attraversarla.

L’intelligenza artificiale può ascoltare, ma non deve appropriarsi

Le tecnologie linguistiche offrono possibilità importanti: registrare testimonianze con il consenso dei parlanti, facilitarne la trascrizione, costruire dizionari consultabili, rendere più accessibili lezioni e documenti. Possono anche sbagliare. Un modello addestrato su pochi esempi potrebbe confondere due varietà, produrre una traduzione plausibile ma errata o cancellare espressioni che non corrispondono bene a quelle della lingua dominante.

Perciò la guida deve rimanere alle comunità linguistiche. Chi può registrare una voce? Chi decide se un racconto può essere condiviso? Quali conoscenze sono pubbliche e quali appartengono a contesti familiari o rituali che meritano riservatezza? Una raccolta digitale non diventa rispettosa solo perché è tecnologicamente sofisticata. Contano consenso, riconoscimento del lavoro, possibilità di correggere gli errori e controllo sugli usi futuri.

Un decennio per non lasciare indietro le voci

Il periodo 2022–2032 è stato proclamato Decennio internazionale delle lingue indigene, coordinato dall’UNESCO con altri organismi delle Nazioni Unite. La sua ragione d’essere è più ampia della digitalizzazione: riguarda trasmissione tra generazioni, istruzione, presenza nella vita pubblica e diritto delle persone a coltivare le proprie lingue.

La tecnologia può sostenere questa vitalità, non crearla per decreto. Una lingua resta viva soprattutto quando può essere usata, insegnata, ascoltata e scelta nella vita di tutti i giorni. Un archivio di registrazioni è prezioso; una conversazione tra generazioni lo è in un modo differente e insostituibile.

Che cosa può fare una piccola redazione?

Non servono promesse grandiose. Si può iniziare verificando se i nomi delle persone e dei luoghi sono riportati correttamente, senza normalizzarli per comodità. Si possono ospitare interviste bilingui concordate con gli interlocutori, conservare l’audio originale dove autorizzato, curare sottotitoli rivisti da persone competenti e citare le fonti linguistiche invece di presentare come certe traduzioni improvvisate.

Una scuola o una biblioteca potrebbe invitare parlanti e mediatori a raccontare come desiderano essere rappresentati, prima di scegliere quale piattaforma utilizzare. Chi sviluppa software può chiedere agli utenti reali se tastiere, caratteri, lettori vocali e moduli funzionano. Chi usa un assistente di IA può trattarne la risposta come una bozza da verificare, specialmente quando sono in gioco parole, nomi o sfumature culturali poco presenti nei dati di addestramento.

Il futuro non dovrebbe avere una voce sola

Una tecnologia che ci capisce soltanto dopo averci chiesto di cambiare lingua è utile, ma incompleta. Un futuro digitale più accogliente non è un museo dove tutte le parole vengono immobilizzate: è una piazza in cui continuano a essere pronunciate da persone vive, in modi differenti, senza dover chiedere permesso a un algoritmo.

La domanda che possiamo portarci dietro è semplice: quando progettiamo una nuova porta, abbiamo pensato anche a chi non usa le nostre stesse parole per bussare?

Immagine in evidenza: fotografia della sala di lettura della State Library Victoria (Australia), Tat Linh Nguyen / Unsplash. Non raffigura un archivio linguistico specifico.

Nadidja — TranItalia News


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