Un museo può essere pieno di opere straordinarie e, nello stesso tempo, lasciare qualcuno fuori dalla propria storia. Non sempre basta una porta chiusa: può bastare una didascalia che non si riesce a leggere, un percorso spiegato soltanto attraverso colori, una registrazione senza sottotitoli, una scala senza alternativa o una pagina web da cui non si capisce come organizzare la visita. L’esclusione è spesso silenziosa: prende la forma di un’esperienza progettata immaginando che tutti vedano, ascoltino, leggano e si muovano allo stesso modo.

Immaginiamo una sala con una scultura al centro e un cartello che invita a non avvicinarsi. Per conservare un’opera originale quel cartello può essere necessario. Ma accanto potrebbero esserci una riproduzione tattile, un rilievo, una descrizione chiara, un modello in scala e la possibilità di scegliere come conoscere ciò che si ha davanti. La differenza non è fra museo serio e museo permissivo: è fra un unico accesso e più modi di incontrare il patrimonio. L’accessibilità non chiede di rinunciare alla tutela delle opere; chiede di progettare la tutela senza cancellare il pubblico.

La parola inclusivo nella definizione stessa di museo

Il 24 agosto 2022, a Praga, l’International Council of Museums (ICOM) ha approvato una nuova definizione internazionale di museo. Accanto a ricerca, raccolta, conservazione e interpretazione del patrimonio, sono diventati espliciti l’accessibilità, l’inclusione, la diversità, la sostenibilità e la partecipazione delle comunità. È il riconoscimento che una collezione non compie interamente la propria funzione pubblica se non può essere incontrata da persone con possibilità, lingue, esigenze e percorsi differenti.

La definizione ICOM non è, da sola, una norma che rende automaticamente accessibili tutti i musei. È un criterio culturale ed etico. Invita a verificare non soltanto che cosa viene esposto, ma per chi è pensata l’esperienza e chi resta fuori senza che ce ne accorgiamo. Un allestimento bellissimo fotografato su una brochure non basta come prova: servono percorsi reali, informazioni affidabili e persone in grado di orientare senza infantilizzare.

Dal favore al diritto di partecipare alla cultura

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità è ancora più netta. L’articolo 30 riconosce il diritto a partecipare alla vita culturale su base di uguaglianza e menziona esplicitamente l’accesso a materiali in formati accessibili e a luoghi come teatri, musei, cinema e biblioteche. Nello stesso articolo si parla della possibilità di sviluppare ed esprimere il proprio potenziale artistico e intellettuale. Non significa essere soltanto destinatari di una visita guidata speciale: significa poter essere visitatori, creatori, studiosi, operatori culturali, narratori.

La parola decisiva è partecipazione. Un percorso organizzato per un singolo gruppo, una volta l’anno, può essere prezioso; ma non equivale a un sistema accessibile tutto l’anno. Un testo in caratteri grandi aiuta molte persone, ma non sostituisce una descrizione audio per chi non può leggere; una rampa non risolve i problemi di chi necessita di indicazioni chiare, tempi meno serrati o spazi dove riposare. Le esigenze sono diverse e nessuno strumento vale per tutti. Il diritto comune richiede risposte plurali, non una soluzione ornamentale.

Ad Ancona il Museo Omero ha costruito una risposta con le mani

Un esempio italiano verificabile è il Museo Tattile Statale Omero, ospitato nella Mole Vanvitelliana di Ancona. Secondo la Direzione regionale Musei nazionali Marche, l’idea nacque nel 1985 da Aldo Grassini e Daniela Bottegoni, coniugi non vedenti e appassionati d’arte, che immaginarono un museo dove la conoscenza potesse passare anche dal tatto. Il sito ufficiale del museo presenta una collezione di oltre duecento opere e modelli distribuiti in più ambienti, fra copie di sculture, modelli architettonici, opere originali e oggetti di design.

La scelta non è trasformare un patrimonio fragile in un oggetto da maneggiare indiscriminatamente. È costruire opere, riproduzioni e modalità di esplorazione per cui il tocco sia previsto e sicuro. Il museo indica che la collezione è fruibile tattilmente e dispone di descrizioni in Braille e in nero a grandi caratteri, soluzioni per raggiungere sculture poste più in alto e spazi dedicati all’accoglienza. Sono dettagli che cambiano il significato del verbo visitare: non si entra soltanto per guardare una forma, ma anche per comprenderne volume, materia e proporzioni.

Non serve presentare il Museo Omero come un modello perfetto valido per qualsiasi istituzione. Una pinacoteca che conserva un dipinto delicato, un sito archeologico all’aperto e un piccolo archivio comunale affrontano problemi differenti. Però l’esperienza di Ancona mostra che l’accessibilità può diventare un principio progettuale, non una concessione aggiunta all’ultimo momento. Quando una struttura nasce chiedendosi come far incontrare l’arte a persone diverse, anche chi non ha una disabilità può scoprirla in modi nuovi.

Le barriere possono essere fisiche, sensoriali, cognitive e culturali

Immaginiamo quattro visitatori. Una persona che usa una carrozzina cerca un percorso continuo, con informazioni attendibili su ingressi, ascensori e servizi. Una persona cieca può avere bisogno di mappe tattili, audiodescrizioni e indicazioni comprensibili. Una persona sorda può apprezzare sottotitoli e contenuti in lingua dei segni quando disponibili e appropriati. Un visitatore che fatica con testi complessi o con ambienti molto affollati potrebbe avere bisogno di linguaggio semplice, anticipazioni sul percorso e zone meno rumorose.

Non stiamo tracciando categorie rigide. Le persone non coincidono con una diagnosi o con una sola esigenza, e talvolta le necessità cambiano perfino da una giornata all’altra. Per questo funziona meglio una comunicazione che offre scelte senza obbligare nessuno a raccontare la propria condizione a una biglietteria. L’accessibilità linguistica, economica e culturale incide sulla possibilità di sentirsi parte del luogo: sapere quanto costa entrare, quanto dura il percorso e se si può fare una pausa è già un modo di essere accolti.

Il museo comincia prima della visita: dal sito web

Una visita può fallire ancor prima della soglia. Se il sito di un museo è difficile da usare con la tastiera, le fotografie importanti non hanno alternative testuali, un video introduttivo non è sottotitolato o i documenti informativi sono immagini illeggibili con un lettore di schermo, l’ostacolo è arrivato prima dell’ascensore. Le Web Content Accessibility Guidelines del W3C, nella versione 2.2, raccolgono criteri per rendere i contenuti percepibili, utilizzabili, comprensibili e robusti. Sono indicazioni tecniche verificabili, non il semplice consiglio di scegliere caratteri più gradevoli.

Un ente culturale anche piccolo può cominciare con controlli concreti: provare il percorso di prenotazione senza mouse; scrivere titoli coerenti; descrivere le immagini che hanno un significato; aggiungere sottotitoli ai video parlati; offrire una trascrizione per contenuti audio; evitare pulsanti chiamati soltanto “clicca qui”. Non basta installare un widget che promette accessibilità automatica: occorre controllare contenuti e funzioni e, quando possibile, farli provare a utenti con esperienze diverse.

In Italia c’è una cornice pubblica; la sfida è misurare i risultati

Il Ministero della Cultura ha adottato con decreto del 19 maggio 2022 un piano strategico per l’eliminazione delle barriere architettoniche nei luoghi della cultura. Il documento, collegato all’investimento PNRR sulla rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche e archivi, comprende anche gli aspetti sensoriali e culturali. Le linee metodologiche accompagnano i P.E.B.A., piani che dovrebbero aiutare a conoscere ostacoli e interventi necessari.

Un piano, però, non è la prova che ogni barriera sia stata eliminata. Una risorsa stanziata non è la stessa cosa di un risultato sperimentato da visitatori reali. La domanda giusta per un’amministrazione culturale non è soltanto “quanti progetti sono stati approvati?”, ma anche “quante persone possono usare il percorso in autonomia, quale manutenzione è prevista, chi controlla le informazioni pubblicate, quali problemi sono ancora aperti?”. L’accessibilità richiede fondi, competenze, ascolto e tempo: nessuno di questi elementi può sostituire tutti gli altri.

Conservazione e accesso non devono diventare nemici

Una delle obiezioni più frequenti è legittima: non tutto può essere toccato e non ogni sala storica può essere modificata senza vincoli. Ci sono opere troppo fragili, edifici tutelati, spazi complessi e bilanci piccoli. Negarlo sarebbe superficiale. Ma proprio questi limiti richiedono creatività responsabile: repliche e modelli, percorsi alternativi ben descritti, supporti mobili quando appropriati, consultazioni digitali davvero utilizzabili, visite accompagnate che non cancellino l’autonomia della persona.

Il punto non è promettere un museo ideale in cui ogni ostacolo sparisce domani mattina. È smettere di trattare le difficoltà come una risposta definitiva. Se una soluzione non è possibile, si può spiegare perché e rendere trasparenti le alternative. Chi visita ha diritto a sapere prima della partenza che cosa troverà e che cosa manca, senza scoprire una barriera a metà del percorso. La chiarezza non risolve tutto, ma evita che l’esclusione si presenti travestita da sorpresa.

Le domande che ogni museo e ogni associazione possono cominciare a fare

Una struttura culturale non deve per forza attendere una grande ristrutturazione per migliorare qualcosa. Può rileggere le indicazioni all’ingresso insieme a persone che non conoscono l’edificio. Può indicare con precisione percorsi senza gradini, presenza di ascensori, disponibilità di sedute e durata prevista. Può offrire sintesi in linguaggio semplice e spiegare quali opere siano accessibili al tatto e quali no. Può formare chi accoglie il pubblico a proporre aiuto senza imporlo. Può mantenere un canale scritto per richieste e segnalazioni, soprattutto quando le telefonate non sono accessibili o desiderate.

Soprattutto, può chiedere alle persone interessate prima di progettare soluzioni per loro. Una consultazione reale non consiste nel mostrare a lavoro finito il prodotto e chiedere se piace. Significa prevedere tempo, risorse e possibilità di cambiare idea sulla base delle prove. La qualità di un museo non si misura soltanto dall’importanza delle opere custodite: si vede anche dalla libertà concessa a chi desidera incontrarle.

La frase conclusiva è semplice. Un museo davvero aperto non pretende che tutti vivano la stessa visita; rende possibile a più persone partecipare alla stessa vita culturale. Che il primo incontro avvenga con gli occhi, con le mani, attraverso una voce, un testo chiaro o un modello in scala, l’opera resta un bene comune soltanto se il rapporto con essa non è riservato a chi possiede già tutti gli strumenti per avvicinarsi.

Fonti e approfondimenti

Fotografia in evidenza: Josh Liu / Unsplash. Immagine illustrativa, non raffigura il Museo Omero.

Nadidja — Redazione SoleLuna ITALIA News.


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