Il racconto del venerdì — N. 48

Opera narrativa originale di finzione: luoghi, personaggi, dialoghi e situazioni sono costruiti per la storia e non descrivono fatti realmente accaduti.

Il giorno in cui portai il cappotto a riparare, pioveva soltanto sulla metà sinistra della strada. Almeno così mi sembrò: da una parte, sotto i balconi, il marciapiede aveva chiazze scure e l’odore del tufo bagnato; dall’altra, un sole timido illuminava i vetri delle automobili come se non fosse successo niente. Avevo una tasca scucita e una decisione ancora più piccola: entrare finalmente nella sartoria che vedevo aperta da mesi, senza aver mai trovato il tempo di varcarne la porta. Sul vetro c’era scritto «Riparazioni» con lettere dorate consumate, e sotto un cartoncino nuovo: «Non si fanno miracoli, ma si prova». Mi piacque più del previsto, così spinsi la porta.

All’interno un campanello suonò con un ritardo curioso, come se avesse dovuto decidere se la mia presenza meritasse un annuncio. Dietro il banco lavoravano due donne. Quella più grande aveva un metro da sarta intorno al collo e gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Quella più giovane fotografava le etichette di tre camicie e le registrava su un tablet. Nessuna delle due sembrava avere fretta, ma entrambe facevano molte cose insieme. Sulla mensola, accanto a una scatola di bottoni, c’era una tazzina bianca, molto semplice, con il bordo sbeccato sul lato del manico. Era piena di piccoli fogli piegati. Aveva perso il diritto di contenere un caffè, ma non quello di stare in cucina; o, in quel caso, in un laboratorio che odorava di ferro caldo e stoffa pulita.

«Mi si è aperta una tasca», dissi, mostrando il cappotto con l’imbarazzo di chi presenta una difficoltà di modesta importanza. «Le tasche si aprono quando hanno troppe cose da portare», rispose la donna più anziana. «Oppure quando la cucitura è vecchia», osservò la giovane, senza alzare gli occhi dal tablet. Si guardarono per un secondo e risero entrambe. La prima si chiamava Ada, lo lessi su un cartellino vicino alla macchina da cucire; la seconda era Marta. Ada infilò due dita nella fodera e trovò, nel giro di pochi istanti, un vecchio biglietto del supermercato, uno scontrino senza inchiostro e una moneta da dieci centesimi. «Ecco. La tasca ha cercato di alleggerirsi». Non conosceva nulla di me e già aveva indovinato qualcosa del modo in cui tratto gli oggetti.

Marta propose una riparazione veloce. Ada disse che serviva anche un punto vicino alla cucitura interna, perché altrimenti la stoffa avrebbe ceduto di nuovo. Io annuii come se fossi in grado di giudicare la questione. Poi Ada prese dalla tazzina uno dei foglietti e ci scrisse un numero. Mi accorsi che il bordo sbeccato non era casuale: qualcuno aveva girato la tazza in modo che il piccolo vuoto si vedesse subito, rivolto verso chi entrava. «Non ci beve più nessuno», spiegò Ada seguendo il mio sguardo. «È diventata un archivio». «Un archivio un po’ fragile», disse Marta. «Gli archivi sono sempre fragili», replicò Ada. «Tu hai visto il computer quando manca la corrente?»

Il numero diciassette

La discussione finì lì, ma la tazzina continuò a occupare il centro del banco. Ada mi chiese di tornare dopo un’ora. Stavo per uscire quando entrò un uomo con un impermeabile troppo leggero per quel vento. Teneva in mano una fotografia stampata su carta lucida, piegata agli angoli. «Mi aveva telefonato lei?» domandò. Ada si tolse gli occhiali. «Se è il signor Piero, sì. Avevamo ritrovato una cosa sua». L’uomo fece un passo avanti. «Sono venuto per il cappotto di mia sorella». Marta aprì il tablet e cominciò a cercare un cognome. Ada, invece, prese dalla tazzina un foglio piegato quattro volte. «Numero diciassette», disse. Era scritto a matita, con una grafia rotonda. L’uomo si appoggiò al banco come chi entra in una stanza che conosce e intanto non riconosce più.

La storia emerse piano, per frammenti. Tre inverni prima, una donna aveva lasciato in quella sartoria un cappotto color prugna. Aveva chiesto di accorciare le maniche e stringere il colletto. Poi si era ammalata, le settimane erano passate e nessuno era tornato a ritirarlo. Ada aveva chiamato il numero indicato sul foglietto, ricevendo prima risposte affrettate, poi silenzio. Non voleva buttare nulla, ma neppure conservare per sempre ciò che nessuno reclamava. La fotografia che l’uomo portava mostrava sua sorella davanti a un portone, con una bambina in braccio e quel cappotto sulle spalle. «Non so perché mi sono deciso oggi», disse. Ada rispose una cosa inattesa: «A volte si decide perché oggi ha smesso di piovere. Anche se poi piove ancora». Io guardai fuori: aveva ragione almeno sulla seconda parte.

Marta recuperò il cappotto da uno scaffale alto. Era stato protetto da una custodia di stoffa, ma portava i segni di una lunga attesa: un bottone che non aveva più la lucentezza degli altri, una piega resistente sul fianco, l’odore asciutto degli armadi. L’uomo lo osservò senza toccarlo. «A mia nipote non andrà mai», disse. «È cresciuta. E in ogni caso non lo metterebbe. Dice che quel colore è da signora». Ada non provò a convincerlo che la ragazza dovesse apprezzare un oggetto per motivi sentimentali. Lo fece distendere sul banco e indicò le cuciture. «Allora non facciamone un cappotto». Marta sollevò lo sguardo dal tablet. «Che ne facciamo?» «Possiamo chiedere prima alla ragazza», rispose Ada. Era una frase semplice, eppure mi sorprese: in quella stanza si erano succedute tre persone che avevano preso decisioni pensando a lei, senza averla interpellata.

L’uomo sorrise per la prima volta. «Ha tredici anni. Probabilmente dirà che vuole qualcosa di nero». «Perfetto», disse Marta. «Potremmo usare il rivestimento interno, che è nero, e ricavarne una borsa per i suoi spartiti. Fa musica?» L’uomo annuì. «Clarinetto». Ada controllò la fodera, misurò il tessuto con le dita e spiegò che non bastava per una custodia vera, ma avrebbe potuto essere un portaquaderno, oppure una piccola borsa con una tasca. «Se le piacerà», precisò Marta. I due modi di lavorare, il foglietto a matita e il tablet, avevano trovato un punto d’accordo proprio dove nessuno dei due bastava da solo. Il signor Piero fece una foto al cappotto e la spedì alla nipote. Non aspettò la risposta. «Vi richiamo», disse, e uscì con una leggerezza che non aveva quando era entrato.

Le cose che non tornano come prima

Ada mi propose di aspettare lì la riparazione. La pioggia stava riprendendo e il laboratorio aveva una piccola sedia vicino alla finestra. Accettai. Marta cuciva la mia tasca mentre Ada liberava una porzione del banco e rimetteva a posto gli spilli caduti. Notai che l’archivio nella tazzina conteneva pochi numeri, tutti scritti su pezzi di carta diversi: uno con il bordo strappato da una busta, uno sul retro di un volantino, due rettangoli ritagliati con molta precisione. «Perché non usa soltanto il tablet?», le domandai. Non era una critica: mi incuriosiva quella doppia contabilità. «Da quando Marta è qui lo usiamo», disse. «È comodo, permette di ritrovare le cose. Ma quando un lavoro aspetta qualcuno da molto tempo, io tengo il numero anche lì». Indicò la tazzina. «Così non confondo il lavoro con la persona che deve tornare».

«A me pare che a volte confondiamo anche le persone con i lavori», intervenne Marta. Aveva smesso di cucire e controllava un nodo del filo. «I clienti chiamano e chiedono “È pronto?” senza dire che cosa. Come se in negozio ci fosse un solo essere umano e un solo cappotto». Ada fece un cenno d’assenso. «E io ogni tanto chiedo “Chi è?” a qualcuno che conosco da vent’anni. Si offende, ma non dovrebbe: non si può pretendere che la memoria funzioni come un citofono». La risposta mi fece ridere. Poi Marta mi mostrò il punto appena rifatto nella fodera. Era quasi invisibile. «Il filo nuovo è più forte della stoffa vecchia», spiegò. «Per questo bisogna distribuire la tensione; se stringo troppo qui, fra un mese si rompe accanto». Mi parve un ottimo motivo per non desiderare riparazioni perfette, né nei cappotti né in altro. Ma tenni quel pensiero per me: avevo già trasformato troppi gesti altrui in metafore personali.

«E quella tazzina?» domandai quando Marta tornò alla macchina. Ada la prese per il manico, con attenzione a non toccare il bordo rotto. «Era del bar di fronte. Quando hanno cambiato la macchina del caffè, hanno cambiato anche il servizio. Questa si era scheggiata prima ancora, cadendo contro una cassa. Il barista voleva buttarla». Mi aspettavo che seguisse un ricordo di famiglia, un nome perduto, una scena capace di spiegare la sua ostinazione. Invece Ada aggiunse: «Mi serviva un recipiente basso per i foglietti. Avevo solo bicchieri alti, e lì dentro sparivano». Poi posò la tazzina sul banco. «Non le attribuisco una nobiltà che non ha. È una tazza rotta. Non la darei a nessuno per bere. Però tiene i biglietti alla misura giusta».

Mi colpì che non sentisse il bisogno di farne un simbolo. Da quando avevo varcato la porta, io non avevo fatto che cercare significati: la tasca scucita, il cappotto in attesa, la tazzina, la pioggia. Ada vedeva soprattutto stoffa, cuciture, strumenti, persone da chiamare quando i lavori erano pronti. Eppure le sue mani trattavano ognuna di quelle cose come se avesse un proprio tempo. Non perché fossero preziose, ma perché esistevano già. Mi chiesi se prendersi cura non cominciasse da qui, dal riconoscere ciò che c’è prima di immaginare ciò che dovrebbe esserci. Alla finestra il riflesso di una bicicletta attraversò il vetro e scomparve. Un rumore di stoviglie arrivò dal bar di fronte, seguito dal suono netto di una porta che si chiudeva.

Marta finì la cucitura e mi chiese di provare il cappotto. Infilai il braccio e frugai nella tasca riparata. Il fondo non cedeva più. Ada, però, aveva trovato un secondo punto allentato vicino al bottone interno e lo sistemò con due passaggi rapidi. «Non era quello che le avevo chiesto», dissi. «Lo so», rispose. «Era quello che serviva per non farle fare un altro viaggio». Non mi sembrò una lezione; mi sembrò un lavoro fatto bene. Pagai, rimisi in tasca la moneta da dieci centesimi e lasciai sul banco gli scontrini ormai illeggibili. Marta me li indicò. «Li dimentica». «Non contengono più niente», spiegai. Ada scosse la testa: «I foglietti vuoti sono i più ingombranti, perché non sai mai se puoi buttarli». Marta li prese e li mise nel contenitore della carta. Una decisione, finalmente, che non richiedeva nessuna esitazione.

Un posto sul banco

Sulla soglia mi fermai a cercare l’ombrello. Da una porta laterale arrivò una voce: un ragazzino voleva sapere se la cerniera dello zaino si potesse aggiustare senza cambiare tutto. Ada gli rispose di entrare e mostrarglielo. Il ragazzo aveva lo zaino aperto come un libro troppo letto e cercava di tenere insieme i dentini della chiusura con due mani. Marta gli fece spazio sul banco. «Per quando ti serve?» «Per lunedì», rispose lui. «Ma se non si può, userò quello vecchio». Ada guardò la cerniera, poi un pezzetto di stoffa consumata all’angolo. «Portami domani lo zaino vecchio», disse. «Così vediamo quale dei due ha davvero bisogno di noi». Il ragazzo uscì sorpreso: non aveva ottenuto una promessa, ma aveva ottenuto un appuntamento.

Ada prese un foglietto, scrisse un numero e lo infilò nella tazzina. Marta registrò l’appuntamento sul tablet, poi avvicinò il dispositivo al vetro per controllare la connessione. Per un istante il laboratorio fu attraversato da due luci: quella fredda dello schermo e quella opaca del cielo che tornava a schiarire. Nessuna sembrava prevalere sull’altra. La tazzina continuava a mostrare il suo bordo irregolare. Mi accorsi che non avevo più voglia di chiederle come l’avrebbe aggiustata. Non c’era una riparazione da fare: un oggetto non più adatto a una funzione ne aveva trovata un’altra, purché nessuno fingesse che il difetto non esistesse.

Quando uscii, la strada era bagnata su entrambe le parti. Il sole illuminava soltanto una finestra al terzo piano, e sul marciapiede un rivolo portava verso il tombino una foglia rossa. Camminai per qualche metro prima di accorgermi che la tasca appena sistemata non pesava più. Era rimasta la moneta, niente altro. Pensai al signor Piero, alla nipote che forse avrebbe rifiutato la stoffa del cappotto, e ad Ada che non si sarebbe offesa se ciò fosse accaduto. Nessuno sapeva ancora come sarebbe finita quella piccola storia. Non era necessario saperlo: bastava aver smesso di decidere al posto di chi doveva indossarla.

Tornai a casa senza fermarmi al bar. Preparai il caffè e versai l’acqua nel lavello, facendo attenzione alla tazza che avevo in mano. La mia era intatta, così bianca e uniforme da sembrare nuova. La appoggiai accanto a un piattino non perfettamente abbinato. Per un momento provai la tentazione di cercare anche lì una morale, ma sorrisi e lasciai perdere. La mattina era stata sufficientemente piena: una cucitura, una piccola attesa, un cappotto troppo grande per chi avrebbe dovuto ereditarlo, una tazzina che non poteva più toccare le labbra di nessuno ma teneva in vista ciò che rischiava di essere dimenticato. Bevvi il caffè prima che si raffreddasse. A volte una giornata trova il suo ordine quando noi smettiamo di cercare di metterle un titolo.

Renzo Samaritani Schneider

Fotografia di copertina: immagine illustrativa di una tazzina su tavolo in legno, engin akyurt / Unsplash. La tazzina nell’immagine non è l’oggetto descritto nel racconto.

Nota editoriale: racconto di finzione della serie settimanale Il racconto del venerdì, curato con assistenza digitale nell’ambito del progetto culturale SoleLuna ITALIA News — Orizzonte Comune.