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Helga Schneider

Norimberga, ottant'anni dopo: il processo poteva assegnare la colpa, non il rimorso

Norimberga, ottant'anni dopo — Radio Oltre La Memoria

Il 30 settembre 1946, a Norimberga, un tribunale militare internazionale cominciò a leggere le sue sentenze. Finì il giorno dopo, il 1º ottobre. Fra pochi giorni sono ottant'anni esatti, e vale la pena chiedersi che cosa di quel processo sia rimasto davvero in piedi — e che cosa, invece, quel processo non poteva fare nemmeno volendo.

Che cosa Norimberga ha stabilito

Lo statuto che istituì il tribunale era stato firmato a Londra l'8 agosto 1945 da Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica. Al suo articolo 8 c'è la frase che cambia la storia del diritto: il fatto di avere agito seguendo le istruzioni del proprio governo o di un superiore gerarchico non esime dalla responsabilità, ma può essere considerato come circostanza idonea a giustificare una riduzione della pena.

Detta in modo diretto: eseguire un ordine non è una difesa. La responsabilità non risale la catena di comando fino a evaporare in cima, resta attaccata alle mani di chi ha agito. L'articolo 6 dello stesso statuto elencava tre categorie di crimini — contro la pace, di guerra, e una terza che prima non esisteva: i crimini contro l'umanità, cioè l'omicidio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione e la persecuzione su base politica, razziale o religiosa. Fino a quel momento uno Stato che massacrava i propri cittadini stava sbrigando una faccenda interna. Da quel foglio in avanti, no.

I numeri del processo sono questi: 24 imputati selezionati, 21 comparsi in aula, Martin Bormann giudicato in contumacia. Dodici condanne a morte, tre ergastoli, quattro pene fra i dieci e i vent'anni, tre assoluzioni. Le impiccagioni il 16 ottobre 1946; Hermann Göring si uccise con il cianuro la notte prima.

Ventuno uomini e una macchina di decine di migliaia

Il principio della responsabilità individuale fu applicato a ventuno uomini seduti in un box: ministri, feldmarescialli, capi di dipartimento, un direttore di giornale. Il vertice, e soltanto il vertice. Sotto di loro c'era la macchina, ed era fatta di persone del tutto ordinarie — impiegati che compilavano registri, ferrovieri che firmavano fogli di viaggio, contabili, guardie che aprivano e chiudevano cancelli e poi tornavano a casa a cena.

Qui sta la difficoltà che nessun tribunale ha mai risolto: nessuno di quei mestieri era, preso da solo, un crimine. Il sistema era costruito in modo che ciascuno potesse guardare il proprio pezzo senza vederci dentro niente di male. E un processo ha bisogno di un atto, di una prova, di un nesso; la macchina era progettata per dissolvere il nesso.

Un solo esempio, con i numeri. Nel campo femminile di Ravensbrück, a nord di Berlino, fra il 1942 e il 1945 furono addestrate circa 3.500 ausiliarie. Dal campo passarono circa 130.000 deportati, 110.000 dei quali donne, e i documenti sopravvissuti alla distruzione indicano circa 92.000 vittime. Ad Amburgo, alla Curiohaus, fra il 1946 e il 1948 si tennero sette processi dedicati a Ravensbrück: 38 imputati in tutto, di cui 21 donne.

Ventuno su tremilacinquecento. Non è un rimprovero ai giudici di Amburgo, i cui processi furono seri e portarono a condanne pesantissime: è una misura della distanza fra quello che un tribunale riesce a raggiungere e quello che gli resta fuori.

Il principio che nemmeno gli imputati accettarono

C'è un dettaglio che rende la questione più ruvida. Quel principio, scritto apposta per loro, gli imputati di Norimberga non lo accettarono. Le strategie difensive furono eterogenee ma andarono quasi tutte nella stessa direzione: dichiararono di non essere a conoscenza dei crimini, o sostennero che altri Stati avevano commesso gli stessi reati, o scaricarono la responsabilità su Hitler e sugli altri gerarchi. Fecero cioè esattamente quello che l'articolo 8 aveva dichiarato irrilevante.

Il tribunale poté condannarli lo stesso, perché quel principio vincola il giudice e non l'imputato. Ma il dato resta: già dentro quell'aula, con le prove sul tavolo e il mondo a guardare, la responsabilità individuale non entrò nella testa di quasi nessuno dei ventuno.

Una camera d'albergo a Vienna, 1998

Helga Schneider, scrittrice che vive in Italia e pubblica con Adelphi, ha raccontato in Lasciami andare, madre l'incontro con la propria madre dopo quasi trent'anni: una mattina d'ottobre del 1998, in una camera d'albergo a Vienna. Quella donna aveva lasciato due bambini piccoli nel 1941 per andare a fare la sorvegliante nei campi di concentramento e di sterminio.

Non era mai stata processata. Nessun tribunale, in nessun momento della sua vita, le aveva chiesto conto di niente. Era arrivata alla vecchiaia portandosi dentro intatta la propria versione delle cose, e quello che la figlia trovò in quella stanza fu la scoperta peggiore: il tempo, da solo, non aveva lavorato. Nessun pentimento, nessuna revisione. L'orgoglio era rimasto dov'era sempre stato.

La tesi: il diritto sa attribuire la colpa, non sa produrre il rimorso

Norimberga ha saputo dire a un uomo: tu sei colpevole, e la colpa è tua, non del sistema che ti ha dato l'ordine. Ma stabilire la colpa e produrre il rimorso sono due operazioni diverse, e un tribunale può compiere solo la prima. La seconda non la sa fare nessuno per conto di un altro: non c'è sentenza che la produca, non c'è pena che la garantisca.

L'obiezione più seria

Questa tesi va messa alla prova dell'obiezione più forte che le si può fare, e l'obiezione è questa: state chiedendo a un processo un lavoro che non è il suo. Il compito di un tribunale non è convertire gli imputati né ottenere confessioni interiori; è accertare i fatti e fissare una regola. E su quel terreno Norimberga non ha soltanto vinto, ha stravinto.

Quel processo ha prodotto una montagna di prove documentali raccolte in contraddittorio, verbalizzate, controfirmate, tradotte simultaneamente in quattro lingue, con la difesa presente e attiva. È il materiale su cui, ottant'anni dopo, ogni tentativo di negare si spezza. E le tre assoluzioni sono la prova che non si trattava di una farsa: un tribunale dei vincitori interessato solo alla vendetta non avrebbe assolto nessuno.

C'è anche un rischio pratico nel sostenere che i processi "non bastano": si regala un argomento a chi conclude che allora tanto vale non farli. Misurare il diritto con il metro della confessione religiosa è un modo elegante per svalutarlo.

Perché la tesi regge lo stesso

L'obiezione è giusta e non va aggirata. Norimberga ha fatto il suo lavoro e l'ha fatto bene; non stiamo dicendo che abbia fallito. Stiamo dicendo una cosa più scomoda: che finito il processo, spente le luci dell'aula, restava intera una cosa di cui nessun tribunale poteva farsi carico. E quella cosa è ricaduta sui figli.

Non sui giudici: sui figli. Sono stati loro a fare, trent'anni dopo, le domande che nessun pubblico ministero aveva fatto — in cucina, al telefono, o in una camera d'albergo a Vienna. Non fu un caso isolato: fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, in Germania, uscì una quantità di libri scritti da figli che chiedevano conto ai genitori di quello che avevano fatto o lasciato fare. Arrivarono con trent'anni di ritardo non per pigrizia, ma perché prima non si poteva: bisognava che i figli fossero adulti e che i padri cominciassero a essere vecchi.

È un dato che dovrebbe farci riflettere ogni volta che chiediamo a un paese di fare i conti con il proprio passato in tempo reale. Non succede mai in tempo reale: succede una generazione dopo, o non succede.

E c'è un'ultima cosa, che riguarda chi legge oggi. È comodo pensare che questa sia una faccenda tedesca del secolo scorso. Non lo è. L'articolo 8 parla a chiunque lavori dentro un'organizzazione, e cioè quasi a tutti: dice che la catena di comando non è un impermeabile, che "mi era stato detto di farlo" non copre nessuno, e che il momento in cui si è chiamati a rispondere non è il momento del processo — è molto prima, ed è quando si decide se firmare.

Fra i libri di Renzo Samaritani Schneider c'è anche Echi dell'Olocausto, disponibile su Amazon.

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Fonti: Enciclopedia dell'Olocausto (United States Holocaust Memorial Museum) per il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga; testo dello Statuto di Londra dell'8 agosto 1945; voci enciclopediche relative al campo di concentramento di Ravensbrück e ai processi celebrati alla Curiohaus di Amburgo.

Radio Oltre La Memoria è una delle radio dell'Istituto Sole e Luna, associazione culturale con sede a Trani.

Fra le attività di Renzo Samaritani Schneider c'è anche il corso Crescita personale e scelte simboliche su Udemy.