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Io Sono, Noi Siamo – Voci dalla Città della Nuova Luce — Capitolo 17: «La stanza del silenzio»

PARTE II — LE CREPE DEL PARADISO 17. La stanza del silenzio La stanza non compariva in nessuna piantina. Non aveva un nome sulla porta. Non aveva orari. Non aveva regole. E soprattutto, all’inizio, quasi nessuno sapeva che esistesse. Renzo la scoprì per caso un pomeriggio di settembre, mentre cercava un pacco di candele nel retro del tempio. La giornata era stata lunga. Il sole aveva battuto sulle pietre per ore, lasciando nell’aria quell’odore secco di polvere, ulivo e legno caldo che ormai Renzo associava alla Città della Nuova Luce. Dal cortile arrivavano voci, piatti, risate, il rumore di qualcuno che spostava una panca. Nel tempio, invece, c’era penombra. L’aria sapeva di incenso spento e fiori ormai appassiti. Renzo attraversò il corridoio laterale. Aprì una porta. Dentro trovò scope. Un’altra. Cuscini. Un’altra ancora. Coperte. Poi vide una porticina stretta, quasi nascosta dietro una tenda color ocra. Non l’aveva mai notata. La aprì. *** La stanza era minuscola. Forse tre metri per due. Pietra chiara alle pareti. Una finestrella alta. Un tappeto. Due cuscini. Una piccola mensola. Una candela spenta. Un bicchiere d’acqua. Nient’altro. Nessuna statua. Nessuna immagine sacra. Nessun simbolo. Né Krishna. Né Cristo. Né Shiva. Né Buddha. Soltanto spazio. Renzo rimase sulla soglia. C’era qualcuno. Una donna era seduta a terra, con la schiena contro il muro. Aveva il viso nascosto tra le mani. Piangeva. Non forte. Non disperatamente. Piangeva nel modo più stanco che Renzo avesse mai visto. Come se le lacrime non avessero nemmeno più energia per cadere. Renzo fece subito un passo indietro. — Scusami. La donna alzò il volto. Era Sofia. La ragazza che qualche settimana prima aveva raccontato della madre morta e del rumore delle chiavi che continuava a sentire ogni sera. Aveva gli occhi rossi. — No. Inspirò. — Resta. Renzo esitò. — Sei sicura? Sofia annuì. *** Entrò. Chiuse la porta. La stanza sembrò diventare ancora più piccola. Renzo si sedette sull’altro cuscino. Per qualche minuto nessuno parlò. Fuori, la vita della comunità continuava. Un secchio cadde. Qualcuno rise. Una voce chiamò Lucia. Un cane abbaiò in lontananza. Dentro quella stanza, invece, c’erano soltanto due persone e un dolore che non sapeva dove andare. — È strano — disse Sofia. Renzo la guardò. — Cosa? — Qui tutti parlano sempre di accettazione. Silenzio. — Di lasciare andare. Di trasformare. Di respirare. Di attraversare. Fece una pausa. — Ma a volte io non voglio trasformare niente. Renzo abbassò lentamente lo sguardo. — A volte voglio solo essere triste. *** Quella frase gli entrò dentro. Perché era semplice. E terribile. In una comunità spirituale ogni dolore sembrava rischiare di diventare immediatamente materiale didattico. Una crisi era una lezione. Una perdita era un passaggio. Una paura era un’occasione. Una separazione era crescita. Una ferita era karma. Una morte era trasformazione. Tutto doveva servire a qualcosa. Perfino il dolore. Renzo si domandò se non fosse una forma di violenza anche quella. Obbligare la sofferenza ad avere un significato prima che fosse pronta. *** — Questa stanza cos’è? — chiese. Sofia si asciugò il volto con la manica. — Non lo so. — Pensavo fosse un ripostiglio. — Lo era. — E adesso? Sofia indicò il muro. — Adesso è questa. Renzo sorrise appena. — Molto chiaro. Lei rise tra le lacrime. Fu una risata piccola. Ma vera. *** La storia della stanza cominciò qualche settimana prima. Fu Miriam a raccontargliela. Dopo la vicenda del sorriso di Shivananda, aveva attraversato giorni difficili. Non tanto per il rifiuto. Quanto per la vergogna. Si sentiva sciocca. Esposta. Come se tutti sapessero. Una sera, dopo cena, aveva cercato un posto dove stare sola. Il cortile era pieno. L’ostello rumoroso. Il tempio occupato. Aveva trovato quella porticina. Dentro c’erano scatole di candele, vecchi drappi, un aspirapolvere rotto. Miriam aveva spostato tutto. Aveva messo un cuscino a terra. Poi si era seduta. E aveva pianto. Il giorno dopo era tornata. Poi ancora. Qualcuno l’aveva vista entrare. Aveva chiesto. Lei aveva spiegato. E lentamente la stanza aveva cambiato funzione. *** Nessuno l’aveva deciso. Nessuna assemblea. Nessun voto. Nessun regolamento. Era nata da sola. Come nascono le cose necessarie. *** Arianna aveva portato un tappeto. Lucia il bicchiere. Carlo aveva riparato la finestrella. Étienne aveva lasciato una piccola teiera. Qualcuno aveva messo una scatola di fazzoletti. Nessuno aveva appeso simboli. Quella era stata l’unica regola non scritta. Niente immagini. Niente maestri. Niente frasi spirituali. Niente “andrà tutto bene”. Solo spazio. *** Renzo uscì dalla stanza quasi un’ora dopo. Sofia rimase dentro. Nel corridoio incontrò Massimiliano. — Dove eri finito? Renzo indicò la porticina. — Lì. Massimiliano guardò. — Che c’è? Renzo ci pensò. — Non lo so. Poi sorrise. — Credo una delle cose migliori che abbiamo costruito senza volerlo. *** Quella sera ne parlarono a cena. Non era previsto. Renzo raccontò della stanza. Qualcuno già la conosceva. Altri no. Shivananda ascoltò. Lucia serviva la zuppa. Javier annuiva con espressione profonda. Arianna sembrava commossa. Poi una donna nuova domandò: — Ma non sarebbe meglio avere qualcuno che segua le persone quando stanno male? Silenzio. Shivananda posò il cucchiaio. — A volte sì. — Uno psicologo? — Quando serve, certamente. — E allora quella stanza a cosa serve? Shivananda rifletté. — A non trasformare ogni tristezza in un problema da risolvere. *** Renzo lo guardò. La frase gli piacque. La donna continuò: — Però se qualcuno è molto fragile? — Una comunità responsabile deve saper distinguere. Shivananda parlava piano. — Ci sono sofferenze che hanno bisogno di cure. Altre di ascolto. Altre di tempo. Fece una pausa. — E altre ancora hanno semplicemente bisogno di non essere disturbate. *** Lucia intervenne. — Io una cosa la voglio dire. Tutti la guardarono. — Se questa stanza diventa il posto dove tutti vanno a piangere, mettiamo almeno una scorta seria di fazzoletti. Qualcuno rise. — Sto parlando seriamente. — Lo sappiamo — disse Massimiliano. — E niente incenso. — Perché? — Perché quando piango mi viene già il naso chiuso. La tavolata scoppiò a ridere. Anche Sofia. *** Nei giorni successivi Renzo cominciò a notare la stanza. Non la porta. Le persone. Entravano. Uscivano. Mai in gruppo. Sempre una alla volta. A volte qualcuno rimaneva dieci minuti. A volte un’ora. Carlo ci andò una mattina. Nessuno gli chiese perché. Étienne una sera. Miriam spesso. Perfino Javier. Quando uscì, aveva gli occhi gonfi. Lucia lo vide. Non fece nessuna battuta. Gli mise davanti una tazza di camomilla. Fu tutto. *** Renzo capì allora che la stanza aveva una regola invisibile. Chi usciva non doveva spiegare. Nessuno chiedeva: “Che hai?” “Cosa è successo?” “Perché piangi?” Era il contrario di una comunità. Ed era forse proprio per questo che serviva alla comunità. *** Un pomeriggio arrivò una coppia da Roma. Marco e Daniela. Avevano prenotato una settimana. Lui parlava moltissimo. Lei quasi per niente. Durante la cena raccontarono che avevano perso un figlio due anni prima. Renzo sentì il tavolo cambiare temperatura. Accadde quello che accade spesso quando qualcuno pronuncia un dolore enorme. Le persone abbassarono gli occhi. Qualcuno disse: — Mi dispiace. Qualcuno: — Deve essere terribile. Qualcuno non disse niente. Poi Javier, con buone intenzioni, disse: — Forse alcune anime scelgono esperienze brevi per... Lucia lasciò cadere il cucchiaio nel piatto. Il rumore fu secco. Tutti si voltarono. Javier si fermò. — Scusa. Daniela guardava il tavolo. Shivananda intervenne. — Non dobbiamo spiegare ciò che non conosciamo. Silenzio. Javier annuì. — Hai ragione. *** Più tardi Daniela trovò la stanza. Nessuno gliel’aveva indicata. Vide la porta aperta. Entrò. Rimase lì per quasi due ore. Quando uscì, incontrò Renzo nel corridoio. — Chi ha creato questo posto? Renzo sorrise. — Nessuno. Lei lo guardò. — Allora ringrazia nessuno. *** Quella frase diventò famosa. Non ufficialmente. Qualcuno la scrisse su un pezzetto di carta. GRAZIE A NESSUNO. Lo appoggiò sulla mensola. Lucia lo vide. — No. — Perché? — Perché abbiamo detto niente frasi. Il foglio sparì. *** Una mattina Renzo trovò Kandy davanti alla porta. Seduta. Immobile. — Tu cosa fai qui? Kandy lo guardò. La porta era socchiusa. Dentro c’era qualcuno. Renzo sentì un pianto leggero. La gatta rimase fuori. Non entrò. Renzo si sedette vicino a lei. — Anche tu rispetti la privacy? Kandy chiuse gli occhi. — Naturalmente. Khloe arrivò correndo. Vide Kandy. Vide la porta. Provò a entrare. Kandy le diede una zampata leggera sulla testa. Khloe si fermò. Renzo spalancò gli occhi. — Bene. La gatta più giovane si sedette accanto alla sorella. Rimasero entrambe lì. Due guardiane silenziose. *** Quel giorno Renzo scrisse nel suo quaderno: Forse ogni luogo spirituale dovrebbe avere una stanza senza spiritualità. Rilesse. Poi aggiunse: Una stanza dove nessuno ti dica che il dolore passerà. Dove nessuno ti spieghi perché è arrivato. Dove nessuno ti chieda di ringraziarlo. Dove puoi essere triste senza trasformare la tristezza in una lezione. Chiuse il quaderno. *** La stanza divenne lentamente conosciuta anche dagli ospiti. Qualcuno propose di darle un nome. — Stanza della guarigione. No. — Stanza del cuore. No. — Stanza dell’anima. No. — Stanza della compassione. Lucia alzò una mano. — Basta. — Tu cosa proponi? — Stanza. Risero. *** Alla fine la chiamarono “stanza del silenzio”. Non perché fosse completamente silenziosa. Al contrario. Dentro si sentivano cose. Respiri. Singhiozzi. Il rumore di una tazza. Il vento dalla finestrella. Una sedia spostata. Qualche volta una risata improvvisa. Era un silenzio pieno. Non vuoto. *** Un pomeriggio Renzo vide Shivananda entrare. Fu sorpreso. Aspettò. Non volontariamente. Ma rimase nei dintorni. Il guru restò dentro quasi quaranta minuti. Quando uscì, aveva gli occhi lucidi. Renzo distolse lo sguardo. Shivananda lo vide. Sorrise. — Adesso sei curioso. — Moltissimo. — Bene. — Mi racconti? — No. Renzo rise. — Giusto. Shivananda si allontanò. Poi si fermò. — Renzo. — Sì? — Un maestro che non piange diventa pericoloso. E se ne andò. *** Quella sera Renzo pensò molto a quella frase. A tutte le immagini dei guru. Sereni. Composti. Sorridenti. Illuminati. Come se avessero superato la fragilità umana. Forse era proprio quella l’illusione. La spiritualità non toglieva il dolore. Forse insegnava soltanto a non vergognarsene. *** Qualche giorno dopo, fu Renzo a entrare. Non era successo niente. Questa era la cosa strana. Nessuna tragedia. Nessun litigio. Nessuna notizia. Era semplicemente stanco. Sedette. Chiuse la porta. Per qualche minuto rimase immobile. Poi pensò a Bologna. Alla vita lasciata. Agli anni passati. Alle persone che non c’erano più. Alle cose che non avrebbe più fatto. Alle versioni di se stesso che aveva abbandonato lungo il cammino. Sessant’anni. Un numero. Ma anche una soglia. Sentì le lacrime arrivare. Non cercò di fermarle. Non cercò di capire. Non pensò al karma. Non pensò alla crescita. Non pensò a Dio. Piangeva. Basta. *** Dopo qualche minuto sentì un rumore. Grattare. Alla porta. — No. Ancora. Grattare. Renzo aprì. Khloe entrò. Dietro di lei Kandy. — Avevamo detto privacy. Le gatte ignorarono la regola. Khloe gli saltò sulle ginocchia. Kandy si sistemò accanto alla gamba. Renzo rise mentre piangeva. — Va bene. Chiuse la porta. *** Rimase lì con loro. Niente parole. Niente spiegazioni. Solo il calore di due piccoli corpi. Le fusa. La luce che entrava dalla finestrella. Il profumo di pietra e polvere. E il rumore lontano della città che continuava. *** Quando uscì, Massimiliano era seduto nel corridoio. Non chiese nulla. Renzo gli si sedette accanto. — Tutto bene? Renzo ci pensò. — No. Massimiliano annuì. — Va bene. Quella risposta gli sembrò perfetta. *** La sera, durante la cena, la stanza rimase vuota. Per qualche ora nessuno ebbe bisogno di lei. Renzo pensò che era bello anche quello. Un luogo necessario non deve essere sempre occupato. Deve soltanto esistere. Come una porta. Come una possibilità. Come qualcuno che non ti chiede di essere migliore prima di lasciarti entrare. *** Prima di dormire Renzo scrisse: Il paradiso, se esiste, forse non è il luogo dove nessuno piange. Forse è il luogo dove nessuno deve nascondersi per farlo. Poi guardò Kandy. Khloe. Massimiliano. Spense la luce. E per la prima volta capì davvero perché quella piccola stanza non aveva immagini sacre. Perché lì dentro il sacro non doveva essere rappresentato. Entrava già con chiunque avesse il coraggio di chiudere la porta e, per qualche minuto, smettere di fingere di stare bene.

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