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Io Sono, Noi Siamo – Voci dalla Città della Nuova Luce — Capitolo 18: «La festa di Krishna e della Madonna»

PARTE II — LE CREPE DEL PARADISO 18. La festa di Krishna e della Madonna L’idea nacque a colazione, come spesso accadeva alle idee peggiori. O migliori. Dipendeva dal momento in cui le si giudicava. Quel mattino il cielo era limpido e già quasi estivo, benché settembre avesse cominciato a tingere di ruggine le foglie più stanche degli ulivi. La luce entrava obliqua nel refettorio e si stendeva sui tavoli di legno, sui bicchieri, sulle briciole di pane, sulle ciotole di frutta. Lucia stava distribuendo caffè d’orzo. Étienne beveva il suo bancha. Miriam tagliava fichi. Kandy dormiva su una sedia vuota. Khloe stava tentando di rubare un pezzetto di pane senza farsi notare. Renzo, naturalmente, la stava notando. Fu Arianna a pronunciare la frase. — E se facessimo una festa interreligiosa? Nessuno reagì subito. Non perché l’idea fosse assurda. Nella Città della Nuova Luce, “interreligioso” era quasi una descrizione catastale. Nel tempio convivevano Krishna, Gesù, Buddha, Shiva, la Madonna, Sai Baba e immagini provenienti da tradizioni che molti ospiti non riuscivano nemmeno a riconoscere. Il problema fu ciò che Arianna aggiunse. — Una festa di Krishna e della Madonna insieme. Lucia smise di versare il caffè. Renzo alzò lentamente gli occhi. Massimiliano masticò un pezzo di pane. Shivananda rimase immobile. Javier sorrise come chi ha appena sentito la parola “simbolo”. — Bellissimo — disse. — Pericolosissimo — disse Lucia. *** Arianna spiegò. Aveva notato che pochi giorni dopo sarebbero caduti, quasi nello stesso periodo, una celebrazione devozionale dedicata a Krishna e una festa mariana molto sentita nei paesi pugliesi. Non voleva mescolare i riti. Non voleva inventare una nuova religione. Voleva creare una sera di incontro. Musica. Cibo. Preghiere. Racconti. Fiori. Una processione simbolica dal tempio al grande ulivo. — Potremmo parlare dell’amore divino — disse. — Potremmo anche litigare entro mezz’ora — rispose Lucia. — Perché dovremmo? Lucia la guardò. — Perché siamo esseri umani. *** La prima obiezione arrivò da Paolo. Era un uomo di sessantacinque anni venuto da Taranto, cattolico praticante, vedovo, con un rosario sempre in tasca e una devozione alla Madonna che non aveva nulla di teorico. Per lui Maria era presenza. Casa. Infanzia. Sua madre. Le processioni. Le candele accese durante le malattie. La statua portata per le vie del paese mentre le donne gettavano petali dai balconi. Quando sentì parlare della festa, corrugò la fronte. — Non vorrei che diventasse una carnevalata. Il termine cadde sul tavolo con un certo peso. Arianna si irrigidì. — Nessuno vuole fare una carnevalata. — Mettere la Madonna vicino a Krishna può essere bello per voi. Per me è una cosa seria. Renzo osservò il volto dell’uomo. Non c’era aggressività. C’era paura di perdere qualcosa. *** Quasi contemporaneamente arrivò l’obiezione opposta. Gopal, un ragazzo italiano cresciuto in una comunità vaishnava e arrivato alla Città della Nuova Luce da appena una settimana, disse: — Anche Krishna è una cosa seria. Paolo lo guardò. — Non ho detto il contrario. — Però sembra che il problema sia sempre che Krishna possa disturbare la Madonna. — Non ho detto questo. — Lo stai pensando. — E tu stai pensando al posto mio. Lucia posò lentamente il cucchiaio. — Bene. È cominciata. *** Shivananda non intervenne. Per almeno dieci minuti lasciò che discutessero. Renzo aveva imparato che il silenzio del guru, in quei momenti, non era passività. Era una specie di termometro. Aspettava di capire quanto calore ci fosse davvero. Arianna tentava di spiegare. Gopal parlava di bhakti. Paolo della devozione popolare. Javier di archetipi. Étienne, prudentemente, mangiava. Massimiliano sussurrò a Renzo: — Fra poco qualcuno dice che Maria era una yogini. Renzo trattenne una risata. Tre minuti dopo Javier disse: — In fondo Maria è una figura di resa totale al divino. In un certo senso... Lucia alzò una mano. — No. Javier si fermò. — Non dirlo. — Cosa? — Qualunque cosa stavi per dire. *** Alla fine Shivananda parlò. — Forse il problema non è fare una festa insieme. Tutti tacquero. — Il problema è voler dimostrare che siamo tutti uguali. Arianna lo guardò. — Ma non lo siamo? — No. La risposta fu netta. Qualcuno sembrò sorpreso. — Le tradizioni non sono uguali. Hanno storie diverse. Teologie diverse. Riti diversi. Ferite diverse. Modi diversi di chiamare ciò che è sacro. Fece una pausa. — Se per stare insieme dobbiamo fingere che le differenze non esistano, non stiamo incontrando nessuno. Stiamo incontrando soltanto una versione semplificata dell’altro. Renzo sentì qualcosa aprirsi dentro di sé. Quella frase lo riguardava. Più di quanto avrebbe voluto ammettere. *** Il Consiglio Cittadino della Luce decise di provarci. Ma con alcune regole. Nessun rito inventato. Nessun simbolo spostato senza il consenso di chi se ne prendeva cura. Nessuna spiegazione del cristianesimo fatta da chi non era cristiano. Nessuna spiegazione della bhakti fatta da chi non la praticava. Nessun tentativo di dimostrare che Krishna e la Madonna fossero “la stessa cosa”. Sarebbero stati accostati. Non fusi. Ascoltati. Non tradotti. Lucia lesse il foglio con le regole. — Manca una cosa. — Cosa? — Nessuna discussione teologica mentre si mangia. — Perché? — Perché ho intenzione di fare le orecchiette e non voglio che si raffreddino per colpa del Concilio di Nicea. La regola fu approvata all’unanimità. *** I preparativi durarono tre giorni. Il cortile cambiò volto. Sul lato vicino al tempio vennero sistemati due piccoli spazi. Non due altari concorrenti. Due presenze. Per Krishna, stoffe blu e gialle, fiori, frutta, una piccola murti già custodita nel tempio e una piuma di pavone. Per Maria, una statua semplice, con il manto azzurro, rose bianche e una candela portata da Paolo. Tra i due spazi non misero nulla. Quello spazio vuoto piacque a Renzo. Sembrava dire: qui non sappiamo. *** Kandy ispezionò tutto. Salì sul tavolo di Krishna. Fu rimossa. Provò con quello della Madonna. Fu rimossa anche da lì. — Almeno è ecumenica — disse Massimiliano. Khloe, più concreta, rubò un fiore. *** Il giorno della festa arrivarono anche persone dai paesi vicini. Non molte. Una cinquantina. Qualcuno era curioso. Qualcuno diffidente. Qualcuno aveva sentito parlare della “comune del guru”. Una signora anziana di Celenza arrivò con una borsa piena di focacce. Un ragazzo di Foggia portò un mridanga. Due donne di una parrocchia vicina portarono un’immagine della Madonna che usavano durante il rosario. Renzo osservava tutto con attenzione. Era bellissimo. Ed era fragile. Come un bicchiere pieno fino all’orlo. *** La prima parte della serata fu dedicata a Maria. Paolo parlò. Non fece teologia. Raccontò sua madre. Raccontò che da bambino, quando aveva paura dei temporali, lei accendeva una candela davanti a una piccola immagine della Madonna. — Non so se quella candela fermasse i fulmini — disse. Qualcuno sorrise. — Ma fermava la mia paura. Silenzio. — Per me Maria è questo. Una presenza che non toglie la tempesta. Ma resta nella stanza. Renzo vide una donna asciugarsi gli occhi. Persino Gopal ascoltava con rispetto. *** Poi venne il momento di Krishna. Gopal prese il mridanga. Prima di cantare spiegò soltanto: — Krishna, per me, è la possibilità che Dio non sia soltanto grande. Ma anche vicino. Amico. Bambino. Amato. Qualcuno annuì. Poi cominciò il kirtan. Hare Krishna. Hare Krishna. Krishna Krishna. Hare Hare. Il ritmo partì piano. Poi crebbe. Mani. Tamburo. Voce. Alcuni si alzarono. Arianna danzava. Javier naturalmente danzava. Miriam sorrideva. La signora delle focacce guardava divertita. Paolo rimase seduto. Ma batteva il tempo con un dito sul ginocchio. *** Il problema arrivò dopo. Come quasi tutti i problemi veri, non aveva nulla di spettacolare. Una donna di Bari, molto devota a Sai Baba, prese il microfono. Non era previsto. — Vorrei dire una cosa. Renzo vide Lucia irrigidirsi. — Ecco. La donna continuò. — In realtà tutte queste forme sono manifestazioni della stessa energia divina. Paolo alzò lo sguardo. Gopal smise di sorridere. — Maria è Krishna, Krishna è Maria, Cristo è Shiva, Shiva è... Paolo si alzò. — No. Il cortile divenne immobile. La donna lo guardò. — Come, no? — Per me la Madonna non è Krishna. — È perché vedi ancora la separazione. Fu quella frase a incendiare tutto. *** Paolo impallidì. — Quindi io sarei meno evoluto spiritualmente perché sono cattolico? — Non ho detto questo. — Lo hai appena detto. Gopal intervenne. — Anche dire che Krishna è “energia” è riduttivo. — Ma tutto è energia. — Per te. — Per la verità universale. — Quale verità universale? Le voci aumentarono. Una signora propose di recitare un’Ave Maria. Qualcun altro disse che sarebbe stato troppo confessionale. Un ragazzo suggerì un mantra neutro. Lucia, dalla cucina, urlò: — NON ESISTE IL MANTRA NEUTRO! Renzo scoppiò a ridere. Non avrebbe dovuto. Ma non riuscì a evitarlo. *** Shivananda prese il microfono. Non alzò la voce. — Fermiamoci. Nessuno lo ascoltò subito. — Fermiamoci. Questa volta il silenzio arrivò. Lento. Incompleto. Ma arrivò. Shivananda guardò la donna di Bari. Poi Paolo. Poi Gopal. — Stasera abbiamo commesso un errore. Renzo trattenne il respiro. — Quale? — chiese qualcuno. — Abbiamo pensato che la pace fosse essere d’accordo. *** Shivananda posò il microfono. Parlò senza amplificazione. — Forse la pace è poter dire “non credo quello che credi tu” senza doverti distruggere. Il cortile era immobile. — Paolo non deve credere che Maria sia Krishna. Gopal non deve credere che Krishna sia un simbolo di qualcos’altro. E nessuno deve essere considerato meno spirituale perché non accetta la nostra sintesi. Guardò la donna. — Anche dire “tutto è uno” può diventare una forma di arroganza, se usiamo quell’unità per cancellare le differenze degli altri. La donna abbassò lentamente gli occhi. *** Paolo prese il microfono. — Posso? Shivananda glielo porse. L’uomo guardò Gopal. — Io non conosco Krishna. Gopal annuì. — Io non conosco davvero Maria. — Però prima, quando cantavi... Paolo cercò le parole. — Non capivo cosa dicevate. Qualcuno sorrise. — Ma mi piaceva vedervi felici. Gopal rise. — È già molto. Poi aggiunse: — E quando hai parlato di tua madre ho pensato alla mia. Paolo annuì. Fu tutto. Non conversione. Non sincretismo. Non illuminazione collettiva. Due persone che per qualche minuto smisero di dover avere ragione. *** Lucia uscì dalla cucina. — Adesso possiamo mangiare? L’intero cortile scoppiò a ridere. La tensione si ruppe. Le orecchiette arrivarono. Con pomodoro. Basilico. Ricotta dura per chi la voleva. Senza per chi non la voleva. Étienne ottenne una piccola porzione preparata senza formaggio e dichiarò che, per una sera, il karma avrebbe potuto adattarsi. *** Dopo cena la musica riprese. Ma in modo diverso. Prima un’Ave Maria cantata da una donna del paese. Poi un bhajan. Poi una canzone popolare pugliese. Poi qualcuno cantò De André. — Questo che religione è? — chiese Javier. Massimiliano rispose: — Italiana. *** Renzo era seduto sul muretto. Accanto a lui Kandy osservava la festa. Khloe dormiva dentro una cesta decorata con fiori che nessuno aveva avuto il coraggio di spostare. Paolo arrivò. Si sedette. — È stato un disastro. Renzo guardò il cortile. Le persone mangiavano. Ridevano. Parlavano. Krishna era ancora Krishna. La Madonna era ancora la Madonna. — Non sono sicuro. Paolo lo guardò. — Abbiamo quasi litigato. — Infatti. — E questo sarebbe un successo? Renzo sorrise. — Forse il successo non è non litigare. Forse è non andarsene dopo. Paolo rimase in silenzio. *** Più tardi Gopal si avvicinò alla statua della Madonna. Non pregò. Non fece gesti che non sentiva suoi. Guardò i fiori. Sistemò semplicemente una rosa che stava cadendo. Paolo lo vide. Non disse nulla. Poco dopo Paolo passò davanti a Krishna. Si fermò. Guardò la piuma di pavone. — Bella — disse. Gopal sorrise. — Molto. Anche quello fu tutto. *** Verso mezzanotte rimasero in pochi. Le candele si erano abbassate. I piatti erano quasi tutti vuoti. Le luci appese tra gli ulivi oscillavano nel vento. Dal paese lontano arrivò il suono di una campana. Renzo vide Shivananda seduto da solo. Si avvicinò. — Sei soddisfatto? — No. — Male? Shivananda sorrise. — Molto bene. — Non capisco. — Se fossi soddisfatto, penserei di aver trovato una formula. — E non l’abbiamo trovata? — Per fortuna. *** Renzo guardò i due spazi. Maria. Krishna. Tra loro, quello spazio vuoto. — Prima pensavo che il vuoto in mezzo fosse incompleto. — E adesso? — Mi sembra la parte più importante. Shivananda annuì. — È il posto dove non sappiamo tradurre. *** Il giorno dopo il Consiglio Cittadino si riunì. Non per decidere se ripetere la festa. Per capire cosa fosse successo. La discussione durò due ore. Qualcuno disse che era stata bellissima. Qualcuno che era stata irresponsabile. Qualcuno propose di non mischiare più celebrazioni. Altri volevano farne una tradizione annuale. Lucia propose: — La prossima volta facciamo la festa del silenzio. — Come funziona? — Nessuno parla. — E cosa mangiamo? — Quello che preparo io. — Vedo un conflitto d’interessi. *** Alla fine decisero una cosa semplice. La festa si sarebbe potuta rifare. Ma non come “festa dell’unità delle religioni”. Quel titolo venne bocciato. La chiamarono: **Festa dell’ospitalità spirituale.** Ognuno avrebbe portato qualcosa della propria tradizione. Senza chiedere agli altri di chiamarla allo stesso modo. *** Quella sera Renzo scrisse nel suo quaderno: *Forse l’unità non è una grande pentola dove sciogliere tutte le differenze.* *Forse è un tavolo abbastanza grande da farle sedere insieme.* Rilesse. Poi aggiunse: *La tolleranza è ancora poco.* *La curiosità è meglio.* *Ma il rispetto comincia davvero quando smettiamo di avere bisogno che l’altro ci assomigli.* *** Massimiliano entrò nella stanza numero sette. — Che scrivi? — Maria e Krishna. — Insieme? Renzo sorrise. — Vicini. — Meglio. Kandy saltò sul letto. Khloe la seguì. Renzo chiuse il quaderno. Fuori, il tempio era ormai buio. Ma due piccole candele erano rimaste accese. Una davanti alla Madonna. Una davanti a Krishna. Nessuno aveva deciso di lasciarle. Nessuno sapeva chi lo avesse fatto. Bruciavano separatamente. Eppure la loro luce cadeva sulla stessa pietra.

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