I gradini di pietra
di Renzo Samaritani Schneider
Ci sono strade che si ricordano per dove portano.
Altre per quello che costringono a fare.
Quella, a Trani, era una strada breve, in discesa verso il mare, e
aveva una scalinata di pietra che avevo percorso decine di volte senza
dedicarle quasi mai un pensiero. Gradini larghi, irregolari, consumati
al centro, più chiari sui bordi, come se per anni migliaia di piedi
avessero insistito sempre sugli stessi punti.
Una mattina di settembre, però, mi fermai.
Non per stanchezza.
O almeno non soltanto.
Era presto abbastanza perché la città non avesse ancora deciso del
tutto che faccia mostrare. Le saracinesche cominciavano ad alzarsi, da
una finestra arrivava il rumore di una tazzina posata su un piattino,
e nell’aria c’era quell’odore particolare che Trani possiede nelle
mattine meno calde: pietra, sale, pane e qualcosa che sa di case
appena aperte.
Io e Massimiliano eravamo usciti senza un programma preciso.
«Facciamo due passi,» avevo detto.
Lui mi aveva guardato.
«Due veri o due secondo il tuo sistema metrico?»
«Due veri.»
«Quindi quaranta minuti.»
«Sei prevenuto.»
«Sono documentato.»
Avevamo lasciato Kandy e Khloe a casa, entrambe impegnate in attività
di grande rilievo: Kandy dormiva su una sedia e Khloe sorvegliava una
mosca con l’intensità di un agente dei servizi segreti.
La luce era morbida. Il sole non era ancora alto e le facciate di
pietra sembravano trattenere il fresco della notte. Camminammo senza
fretta tra vicoli che conoscevo ormai bene, salutando persone che
vedevo spesso e di cui, in certi casi, ignoravo ancora il nome.
È una delle cose che mi piacciono delle città vissute a piedi: a un
certo punto costruisci una geografia affettiva fatta di volti senza
biografia.
Il signore che porta sempre due buste.
La donna con il cagnolino bianco.
Il ragazzo del bar che sposta le sedie.
La signora che apre le persiane alle nove meno dieci.
Non sai chi siano davvero, ma se un giorno mancano te ne accorgi.
Arrivammo alla scalinata quasi per caso.
Massimiliano cominciò a scendere.
Io restai fermo sul primo gradino.
«Che c’è?» chiese voltandosi.
«Niente.»
«Questa risposta, nella tua lingua, significa quasi sempre qualcosa.»
Guardai in basso.
La scalinata conduceva verso una strada da cui si intravedeva il mare.
In fondo, tra le case, una lama azzurra brillava sotto il sole.
«Hai mai guardato questi gradini?» gli chiesi.
Massimiliano abbassò gli occhi.
«Sto cercando di non inciampare da quando siamo arrivati a Trani.»
«No, dico davvero. Guardali.»
«Li sto guardando.»
«Sono consumati.»
«Renzo, sono gradini vecchi.»
«Appunto.»
Lui tornò su di due scalini e si mise accanto a me.
«Va bene. Illuminami.»
Mi chinai appena.
La pietra aveva piccole cavità, macchie chiare, graffi, venature. Uno
dei gradini era leggermente inclinato. Un altro aveva il bordo
smussato come un pezzo di sapone usato troppo a lungo.
«Quanta gente sarà passata di qui?» dissi.
«Molta.»
«Quante scarpe.»
«Moltissime.»
«Quanti piedi.»
«Spero più o meno lo stesso numero delle scarpe.»
Risi.
«Tu rovini sempre i momenti poetici.»
«Li mantengo fiscalmente sostenibili.»
Cominciammo a scendere.
Uno.
Due.
Tre.
Al quarto gradino sentii alle nostre spalle una voce.
«Piano lì, che quello tradisce.»
Ci voltammo.
Un uomo anziano stava scendendo dietro di noi. Portava una camicia
azzurra, pantaloni chiari e una busta di carta con dentro qualcosa che
profumava decisamente di pane.
Indicò con il mento il gradino davanti a me.
«Quello lì. È più basso da una parte.»
«Grazie,» dissi.
«Ci sono cascato una volta nel novantotto.»
Massimiliano sorrise.
«Se lo ricorda bene.»
«Certo che me lo ricordo. Il ginocchio ancora meglio.»
Scendemmo insieme.
L’uomo appoggiava il piede su ogni gradino con sicurezza. Non
lentamente per paura, ma con la precisione di chi conosce un percorso
nel corpo prima ancora che nella testa.
«Lei passa spesso di qui?» gli chiesi.
«Da ragazzo tutti i giorni.»
«E adesso?»
«Quando le gambe mi fanno il favore.»
Si fermò un momento e indicò la scalinata.
«Una volta qua correvamo.»
«In discesa?»
«In discesa e in salita. Eravamo scemi.»
«Giovani,» disse Massimiliano.
L’uomo ci pensò.
«È una forma elegante per dire la stessa cosa.»
Scoppiammo a ridere.
Arrivati a metà, lui si fermò.
Non sembrava affaticato. Guardava la pietra.
«Qui mi sedevo con mia moglie,» disse.
La frase arrivò senza preparazione.
«Quando eravamo fidanzati. Sua madre non voleva che stessimo troppo in
giro insieme. Allora dicevamo che andavamo a prendere il pane.»
Sollevò la busta.
«Alla fine il pane lo prendevamo davvero, così nessuno poteva dire niente.»
Sorrisi.
«Una copertura perfetta.»
«Perfetta mica tanto. Sua madre aveva capito tutto.»
«E non diceva niente?»
«Diceva: “Strano, questo pane ci mette sempre un’ora ad arrivare”.»
L’uomo rise piano.
Poi si sedette sul bordo di un gradino.
Noi rimanemmo in piedi.
«Si chiamava Lucia,» aggiunse.
Non disse altro per qualche secondo.
Io conoscevo quel tipo di pausa.
È la pausa in cui un nome non indica più soltanto una persona. Indica
una stanza, una voce, un pezzo di tempo.
«Era di Trani?» chiesi.
«Nata qui. Io pure.»
«E venivate sempre su questa scalinata?»
«Sempre no. Quando non avevamo soldi per andare da nessuna parte.»
«Quindi spesso.»
«Quindi sempre.»
Sorrise.
Poi passò una mano sulla pietra accanto a sé.
«Vede com’è liscia?»
Annuii.
«A forza di sedersi, camminare, aspettare, questi gradini si sono
fatti come noi.»
«Consumati?» disse Massimiliano.
L’uomo lo guardò con aria divertita.
«Più comodi.»
Quella risposta mi colpì.
Più comodi.
Non rovinati.
Non vecchi.
Non usurati.
Più comodi.
Come se il tempo non avesse sottratto qualcosa alla pietra, ma
l’avesse adattata alla vita.
L’uomo si alzò.
«Buona passeggiata.»
«Buona giornata,» rispondemmo.
Lo guardammo scendere fino in fondo e poi girare a sinistra, verso il
mare, con la busta del pane stretta sotto il braccio.
Massimiliano mi guardò.
«Adesso hai materiale.»
«Molto.»
«Lo sapevo.»
Rimanemmo seduti per qualche minuto nello stesso punto in cui l’uomo
aveva detto di essersi fermato con Lucia.
Non perché quel gradino fosse diverso dagli altri.
Anzi, proprio perché non lo era.
Questa cosa mi fece pensare.
Quanti luoghi custodiscono storie senza avere nessun segno?
Nessuna targa.
Nessuna fotografia.
Nessuno che dica: qui due persone si sono date il primo bacio; qui
qualcuno ha pianto; qui una madre ha aspettato un figlio; qui un
ragazzo ha deciso di partire; qui un uomo ha scoperto che sarebbe
diventato padre; qui una donna si è seduta dopo una giornata troppo
lunga e ha respirato cinque minuti prima di tornare a casa.
La città è piena di monumenti invisibili.
Solo che non sappiamo dove siano.
«A cosa pensi?» chiese Massimiliano.
«Che ogni gradino potrebbe avere una storia.»
«Se partiamo da questo presupposto non arriviamo più al mare.»
«Non sto dicendo che dobbiamo intervistarli uno per uno.»
«Mi tranquillizza.»
«Penso solo che camminiamo sopra un sacco di vite.»
Lui abbassò lo sguardo.
«Questo è vero.»
Riprendemmo a scendere.
Più lentamente di prima.
A pochi gradini dalla fine incontrammo una donna che saliva con due
sacchetti della spesa. Uno sembrava pesante.
«Vuole una mano?» chiese Massimiliano.
«No no, grazie. Se mi fermo è peggio.»
Salì altri due gradini e poi si fermò davvero.
«Ecco. Ho parlato troppo presto.»
Ridemmo.
Le prendemmo un sacchetto a testa e risalimmo con lei per una decina di gradini.
«Abito qui sopra,» disse indicando un portone.
«Fa questa scala tutti i giorni?» chiesi.
«Due volte. A volte tre.»
«Altro che palestra.»
«Infatti non pago abbonamenti.»
Davanti al portone riprese le buste.
«Grazie, ragazzi.»
Ragazzi.
Mi piacque molto.
Non la correggemmo.
Scendemmo di nuovo.
«Hai visto?» dissi.
«Cosa?»
«Prima una storia d’amore, adesso una palestra gratuita.»
«Tra poco troviamo anche un ufficio postale.»
In fondo alla scalinata la luce cambiava.
Il mare era più vicino. Non ancora davanti a noi, ma abbastanza da
riflettersi sulle facciate e dare all’aria una luminosità mobile.
Un gatto tigrato era seduto sul penultimo gradino.
Ci guardò arrivare senza spostarsi.
«Questo invece cosa custodisce?» chiese Massimiliano.
«Il territorio.»
«E noi siamo autorizzati?»
Il gatto ci fissò.
«Direi di no.»
Gli passammo accanto con rispetto.
Arrivati in fondo mi voltai.
Vista dal basso, la scalinata sembrava più ripida.
Pensai alle persone anziane che la salivano ogni giorno. Ai bambini
che la correvano. Ai turisti che si fermavano per una fotografia. Alle
ruote dei carrelli tirati con fatica. Alle suole bagnate dalla
pioggia. Ai sandali d’estate. Alle scarpe eleganti delle domeniche. Ai
piedi stanchi di chi tornava a casa.
«Sai una cosa?» dissi.
«Dimmi.»
«Questi gradini non portano soltanto da una strada all’altra.»
Massimiliano mi guardò con quell’espressione che usa quando sa che sto
per dire qualcosa di molto serio o molto assurdo e vuole aspettare la
fine prima di scegliere.
«Portano da un’età all’altra.»
«Spiega.»
«Un bambino li sale in un modo. Un ragazzo li corre. Un adulto ci
passa senza guardarli. Poi un giorno comincia a fare attenzione. Poi
magari si tiene alla ringhiera.»
Massimiliano guardò la scala.
«E alla fine?»
«Alla fine forse impari che non importa quanto velocemente li fai.»
«Importa arrivare?»
Scossi la testa.
«Importa esserci mentre li fai.»
Lui sorrise.
«Adesso sì che abbiamo rovinato una passeggiata semplice.»
«Completamente.»
Andammo verso il mare.
Il porto cominciava ad animarsi. Le barche oscillavano appena. Un uomo
sistemava una cima. Due persone parlavano davanti a un bar. Il sole
faceva brillare piccole schegge sull’acqua.
Ci sedemmo per qualche minuto.
Non avevamo fretta.
A un certo punto Massimiliano disse:
«Prima, quando quel signore parlava della moglie…»
«Sì?»
«Hai visto come toccava la pietra?»
«Sì.»
«Sembrava che stesse toccando un ricordo.»
Era esattamente questo.
Una superficie fredda, dura, minerale, che per qualcuno poteva
diventare la cosa più vicina a una fotografia.
Mi domandai se anche noi, senza saperlo, stavamo già lasciando ricordi
in qualche punto della città.
Una panchina dove ci sediamo spesso.
Un angolo da cui guardiamo il mare.
Un bar dove abbiamo riso per una sciocchezza.
Una strada percorsa in silenzio dopo una giornata difficile.
Le città entrano nella memoria in modo strano. Prima sono scenografia.
Poi abitudine. Poi, quasi senza che ce ne accorgiamo, diventano
biografia.
Trani, per me, aveva cominciato da tempo a fare questo lavoro silenzioso.
Le pietre non erano più soltanto belle.
Erano diventate familiari.
E la familiarità è una forma particolare di bellezza: meno
spettacolare, forse, ma più profonda.
Dopo un po’ tornammo verso casa.
Davanti alla scalinata Massimiliano si fermò.
«Adesso dobbiamo risalire.»
«È il problema delle metafore. Prima o poi presentano il conto.»
Cominciammo.
Il primo tratto fu facile.
Poi le gambe cominciarono a ricordarci che il romanticismo non
modifica la pendenza.
«Quanti sono?» chiesi.
«Non li contare.»
«Perché?»
«Se li conti diventano il doppio.»
«Non ha senso.»
«Prova.»
Naturalmente provai.
Uno, due, tre, quattro…
A dodici avevo già perso il conto.
«Avevi ragione.»
«Segniamolo sul calendario.»
Ci fermammo a metà.
Esattamente vicino al gradino dell’uomo e di Lucia.
«Casuale?» chiese Massimiliano.
«Assolutamente.»
Ci sedemmo.
Da lì il mare si vedeva soltanto in parte, incorniciato tra le case.
Una striscia azzurra.
Non serviva di più.
Mi accorsi che quel gradino era davvero liscio.
Passai la mano sulla pietra.
Pensai a quante mani lo avevano fatto prima.
Non avrei mai conosciuto quelle persone.
Eppure, per un attimo, non mi sembrarono del tutto lontane.
«Forse aveva ragione,» dissi.
«Chi?»
«Il signore.»
«Su cosa?»
«Che il tempo rende le cose più comode.»
Massimiliano fece una smorfia.
«Non tutte.»
«No. Ma alcune sì.»
Pensai alle relazioni che smettono di avere bisogno di spiegazioni continue.
Alle case che conosci al buio.
Alle abitudini che diventano rifugio.
Alle persone con cui puoi stare in silenzio senza dover riempire niente.
Forse anche noi, col tempo, diventiamo un po’ come quei gradini.
Perdiamo angoli.
Ci segniamo.
Qualcosa si consuma.
Qualcosa si leviga.
E se siamo fortunati, diventiamo più comodi per chi ci cammina accanto.
«Andiamo?» disse Massimiliano.
«Sì.»
Riprendemmo a salire.
Arrivati in cima mi voltai un’ultima volta.
Il gatto tigrato era ancora laggiù, immobile sul suo gradino.
Il mare brillava in fondo.
Una donna scendeva lentamente tenendosi alla ringhiera.
Un ragazzo la superò saltando due gradini alla volta.
Per un secondo vidi insieme tutte le età della vita.
La fretta.
La prudenza.
L’attesa.
La memoria.
E la pietra, sotto tutti, senza giudicare nessuno.
Tornammo a casa.
Kandy ci accolse con un’occhiata severa, evidentemente infastidita dal
fatto che il mondo esterno avesse richiesto tanto tempo. Khloe corse
verso le nostre scarpe e cominciò ad annusarle.
«Abbiamo portato a casa mezza Trani sotto le suole,» dissi.
Massimiliano si tolse le scarpe.
«E un certo numero di gradini nelle gambe.»
Preparai qualcosa da bere e mi sedetti vicino alla finestra.
Pensai ancora alla scalinata.
Quante volte l’avevo attraversata senza vederla.
È forse questo uno dei rischi più grandi dell’abitudine: non che le
cose diventino meno belle, ma che noi smettiamo di guardarle.
Una strada.
Una persona.
Una casa.
Una relazione.
Persino noi stessi.
Ci passiamo accanto ogni giorno e finiamo per credere di conoscerli
soltanto perché sappiamo dove sono.
Ma conoscere non è sapere dove si trova qualcosa.
È continuare a guardarla.
Da quel giorno, quando passai di nuovo davanti a quei gradini, non
riuscii più a considerarli semplicemente una scala.
Vedevo Lucia seduta accanto a un ragazzo con una pagnotta comprata
apposta per giustificare un’ora d’amore.
Vedevo una donna con le buste della spesa.
Vedevo bambini che correvano.
Vedevo ginocchia che un giorno avrebbero chiesto prudenza.
Vedevo mani sulla ringhiera.
E vedevo anche noi due, seduti a metà, con il mare incastrato tra le case.
Forse un giorno qualcuno passerà su quello stesso gradino senza sapere
niente di noi.
È giusto così.
Le pietre non hanno bisogno di raccontare tutto.
Gli basta restare.
A noi, invece, spetta un compito più difficile.
Accorgerci.
Accorgerci dei luoghi prima che diventino ricordi.
Delle persone prima che diventino fotografie.
Dei giorni ordinari prima che ci manchino.
E dei gradini mentre li stiamo ancora salendo.
Uno alla volta.
Senza fretta.
Renzo Samaritani Schneider – Trani

