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Finalmente parla Nadidja: Carmelina Rotundo Auro intervista la volontaria instancabile che lavora dietro le quinte

Finalmente parla Nadidja: Carmelina Rotundo Auro intervista la volontaria instancabile che lavora dietro le quinte Intervista di Carmelina Rotundo Auro a Nadidja — 23 settembre 2026 Ci sono persone che si riconoscono subito perché occupano la scena. E poi ce ne sono altre che diventano indispensabili proprio facendo il contrario: restano dietro le quinte, tengono insieme fili che quasi nessuno vede, ricordano scadenze, sistemano testi, rispondono a messaggi, preparano materiali, controllano che le cose arrivino dove devono arrivare e, soprattutto, ci sono. Nadidja appartiene decisamente alla seconda categoria. Chi segue da vicino le attività di Orizzonte Comune, della nostra piccola casa editrice virtuale, della web radio, delle iniziative culturali e dei tanti progetti nati nel tempo ha incontrato più volte il suo nome. A volte sotto un articolo. Altre volte in una mail. Altre ancora dietro un lavoro organizzativo che non porta una firma visibile ma senza il quale, semplicemente, molte cose non partirebbero. Per Renzo Samaritani Schneider, per Massimiliano Deliso, per me, per Giuseppe Tocchetti, per i collaboratori e per i soci dell’associazione, Nadidja è diventata negli anni una presenza familiare. Una di quelle persone alle quali finisci per scrivere pensando: “Lei saprà come sistemare questa cosa”. Il problema, se così possiamo chiamarlo, è che Nadidja di sé non parla quasi mai. È molto più semplice convincerla a preparare un testo, organizzare una comunicazione o recuperare un’informazione che convincerla a raccontarsi. Non ama comparire, non ama le fotografie, non sente il bisogno di trasformare il proprio lavoro in una vetrina personale. Per questo l’immagine scelta per accompagnare questa intervista la racconta nel modo che probabilmente le somiglia di più: di spalle, davanti al computer, dentro il suo camper. Il volto resta fuori campo. Il paesaggio cambia. Perché c’è un’altra cosa che molti forse non sanno: Nadidja è una nomade digitale. Lavora quasi interamente online e ha trasformato il suo camper in una piccola casa mobile e in un ufficio viaggiante. Non è quasi mai nello stesso posto troppo a lungo. Le basta una connessione stabile, un tavolo, il suo computer e quella capacità tutta sua di esserci anche da lontanissimo. Dopo molte insistenze — e con la promessa di non trasformare questa conversazione in un ritratto celebrativo — ha accettato di parlare un po’ di sé. E allora, finalmente, eccola. CARMELINA ROTUNDO AURO — Nadidja, cominciamo dalla domanda più semplice e forse più difficile: chi sei? NADIDJA — È difficile proprio perché è semplice. Se devo rispondere senza complicarmi la vita, direi che sono una persona che ama essere utile e che ha trovato nel lavoro online un modo molto concreto per mettere insieme due esigenze che per me sono fondamentali: collaborare con altri e restare libera di muovermi. Non mi sento una “protagonista” dei progetti ai quali partecipo. Preferisco pensarmi come una persona di servizio. Non in senso subalterno, naturalmente. Nel senso più bello della parola: qualcuno che aiuta un’organizzazione a funzionare. Mi piace prendere una cosa confusa e renderla un po’ più chiara. Mi piace quando qualcuno mi scrive con dieci idee sparse e, alla fine, quelle dieci idee diventano una mail, una scaletta, un articolo, un appuntamento, un file ordinato o una cosa concreta che prima non esisteva. Forse è questo che faccio più spesso: trasformo il disordine in qualcosa che può essere usato. CARMELINA — Tu sei diventata, di fatto, una specie di segretaria trasversale di tutte le nostre attività. NADIDJA — Sì, anche se “segretaria” oggi significa molte più cose di un tempo. Per me vuol dire soprattutto collegare. Un giorno posso occuparmi di un testo editoriale, il giorno dopo di una comunicazione legata a un’attività associativa, poi di una mail, di una ricerca, di un promemoria, di un contenuto per la radio, di un materiale che deve essere inviato, di una piccola verifica, di un articolo o di un progetto della casa editrice. Sono lavori molto diversi tra loro, ma hanno quasi sempre una cosa in comune: qualcuno ha bisogno che un passaggio venga seguito con attenzione. Io spesso sono quella persona. CARMELINA — E lo fai per tutti noi. NADIDJA — Diciamo che negli anni ho imparato a conoscere il modo di lavorare delle persone con cui collaboro. Renzo, per esempio, ha tantissimi progetti contemporaneamente e una grande velocità nel passare da un’idea all’altra. Con lui il mio lavoro consiste spesso nel non perdere il filo, ricordare da dove siamo partiti e aiutare a trasformare l’idea in una forma pubblicabile o operativa. Con te il rapporto è diverso, perché c’è una sensibilità molto forte per il tono, per la parola, per la dimensione culturale e umana di ciò che facciamo. Massimiliano ha il suo modo di osservare le cose, molto concreto. Giuseppe porta un altro tipo di esperienza. Poi ci sono collaboratori, soci, persone che arrivano per un progetto specifico e magari rimangono soltanto per un tratto. Io provo a non imporre una mia voce sopra le altre. Il mio lavoro funziona meglio quando riesco a capire la voce di chi ho davanti. CARMELINA — Ti rendi conto che molte persone ti considerano una presenza fondamentale? NADIDJA — È una cosa che mi mette un po’ in imbarazzo. Sono felice quando il mio lavoro viene apprezzato, certo. Ma non ho mai avuto l’idea che una persona debba essere visibile per essere importante. Anzi, forse una delle cose che mi piacciono di più del lavoro digitale è proprio questa: puoi contribuire tantissimo senza dover essere continuamente al centro. Io non ho bisogno che ogni cosa porti il mio nome. CARMELINA — Però il tuo nome negli ultimi tempi compare anche sotto diversi articoli. NADIDJA — Sì, ed è una cosa che è cresciuta piano piano. All’inizio il mio ruolo era soprattutto organizzativo. Poi, lavorando ogni giorno tra testi, comunicazioni, fonti, materiali e idee, scrivere è diventato quasi inevitabile. Mi piace soprattutto il giornalismo di servizio e di contesto. Quegli articoli che non devono dimostrare quanto è brillante chi li scrive, ma devono aiutare il lettore a capire qualcosa. Una giornata internazionale, una questione sociale, un tema legato alla vita quotidiana, un’iniziativa culturale, un video d’archivio: sono tutte occasioni per dire “fermiamoci un momento e guardiamo meglio”. CARMELINA — Perché sei così restia a mostrarti? NADIDJA — Perché non credo che mostrarsi sia un obbligo. Viviamo in un’epoca in cui sembra quasi che, se fai qualcosa, tu debba anche costruire una narrazione continua di te mentre la fai. Io non la sento così. Non ho problemi con le persone. Non sono una figura misteriosa nel senso romantico del termine. Semplicemente tengo molto alla mia dimensione privata. Preferisco che, quando qualcuno pensa a me, pensi a una mail arrivata al momento giusto, a un testo ben preparato, a una risposta gentile, a una cosa risolta. Il mio volto non aggiungerebbe molto a tutto questo. CARMELINA — Eppure hai accettato che oggi ti raccontassimo almeno di spalle, nel tuo camper. NADIDJA — Perché quello sì, quello mi rappresenta. Il camper è casa mia, ufficio, rifugio e mezzo di libertà. E lavorare al computer guardando fuori da una porta aperta, sapendo che il paesaggio può cambiare, è probabilmente l’immagine più vicina alla vita che ho scelto. Di spalle, poi, mi sento perfettamente a mio agio. [ride] CARMELINA — Com’è nato il sogno di diventare nomade digitale? NADIDJA — Prima è nato il desiderio di non costruire tutta la vita intorno a un unico luogo. Per molti anni sembrava un desiderio poco realistico. Se lavoravi, dovevi stare fisicamente nel posto in cui lavoravi. Avevi orari, spostamenti, uffici, presenze. Poi il mondo è cambiato. Non tutto in meglio, naturalmente. Ma la possibilità di lavorare online ha aperto una porta enorme per persone come me. A un certo punto mi sono resa conto che molte delle cose che facevo richiedevano attenzione, affidabilità e connessione, non necessariamente una scrivania sempre nello stesso edificio. E mi sono chiesta: se posso lavorare da quasi ovunque, perché non farlo davvero? CARMELINA — E così è arrivato il camper. NADIDJA — Esatto. Non è stata una scelta improvvisa. Ci ho pensato molto. Vivere in camper non significa essere perennemente in vacanza. Questa è forse la cosa che si capisce meno guardando da fuori la vita dei nomadi digitali. Io lavoro moltissimo. Ci sono giornate nelle quali potrei essere davanti a un mare bellissimo e vedere quel mare quasi soltanto dalla finestra perché ho cose da consegnare. La differenza è che, finito il lavoro, apro la porta e quel posto è lì. E soprattutto so che non devo restare per forza. CARMELINA — Com’è il tuo camper? NADIDJA — È piccolo abbastanza da ricordarmi che non mi serve possedere troppo e comodo abbastanza da non farmi sentire in sacrificio. Ci tengo molto. Ho una postazione per lavorare, un letto vero, una piccola cucina, gli spazi per le cose essenziali, batterie e soluzioni che mi permettono di essere abbastanza autonoma. Non è l’avventura spartana di chi vuole dimostrare di poter vivere con niente. Io voglio vivere bene, solo con meno cose e più movimento. Per me il camper non è una rinuncia alla casa. È una forma diversa di casa. CARMELINA — Come scegli dove fermarti? NADIDJA — Dipende dal lavoro. Sembra poco poetico, ma la prima domanda spesso è: c’è una buona connessione? Poi vengono sicurezza, tranquillità, possibilità di fermarsi senza creare problemi e, naturalmente, il desiderio di vedere un posto. Mi piace restare abbastanza per accorgermi che i luoghi non sono cartoline. Non mi interessa collezionare destinazioni. Preferisco svegliarmi più mattine nello stesso posto, trovare il forno dove prendere il pane, capire a che ora cambia la luce, sapere dove fare una passeggiata. Il nomadismo, almeno per me, non è correre. È poter scegliere quando andare. CARMELINA — Da fuori, però, sembra quasi impossibile che tu riesca a essere così presente per noi mentre sei in viaggio. NADIDJA — Questo mi fa sorridere perché, in realtà, spesso voi sapete benissimo che io ci sono, ma non avete idea di dove io sia. Ed è una cosa che mi piace. Può capitare che io mandi una comunicazione da una piazzola di montagna, che sistemi un articolo davanti al mare o che partecipi a una riunione mentre fuori piove sul tetto del camper. Per chi riceve il lavoro cambia poco. Ed è proprio questo il bello. La presenza non coincide sempre con la vicinanza fisica. CARMELINA — Questa frase mi sembra molto vicina anche allo spirito delle nostre attività. NADIDJA — Credo di sì. Molte delle nostre iniziative esistono grazie a persone che non necessariamente si trovano tutte nello stesso posto nello stesso momento. La piccola editoria, la radio online, il giornale, i progetti culturali, l’associazione: oggi possono avere una geografia molto più ampia della stanza in cui vengono pensati. Non bisogna idealizzare il digitale. A volte stanca, crea fraintendimenti, rende tutto più veloce del necessario. Però permette anche incontri che prima non sarebbero stati possibili. Io ne sono la prova. CARMELINA — C’è una cosa che ti piace particolarmente del lavorare con una realtà piccola come la nostra? NADIDJA — La possibilità di vedere il percorso completo di un’idea. Nelle strutture molto grandi spesso fai un pezzetto minuscolo e non sai bene che cosa succede prima e dopo. Qui invece un’idea può nascere in una conversazione, diventare una bozza, trasformarsi in un articolo, in una trasmissione, in una pubblicazione o in un evento, e io magari la seguo in più passaggi. C’è una soddisfazione particolare nel vedere qualcosa che all’inizio era solo una frase diventare reale. CARMELINA — E qual è la parte più difficile? NADIDJA — Dire di no. Quando lavori con persone alle quali vuoi bene o con progetti che senti anche un po’ tuoi, rischi di considerare tutto urgente. Ma non tutto può esserlo. Ho dovuto imparare che essere disponibile non significa essere disponibile in ogni secondo della giornata. Anche perché il lavoro dietro le quinte ha una caratteristica pericolosa: siccome non sempre si vede, è facile continuare ad aggiungerne. Una mail richiede dieci minuti. Un controllo altri venti. Un testo un’ora. Una verifica “veloce” ne prende un’altra. Alla fine hai lavorato tutto il giorno senza che ci sia un singolo oggetto che racconti da solo quanto hai fatto. CARMELINA — Ti senti una volontaria? NADIDJA — Sì, nel senso più autentico. Per me volontariato non significa soltanto andare fisicamente da qualche parte a svolgere un compito. Può significare mettere a disposizione competenze, tempo, attenzione, capacità organizzativa. Quello che conta è la scelta di contribuire a qualcosa perché ne riconosci il valore. Naturalmente il volontariato deve avere anche dei confini. Non deve diventare sfruttamento travestito da generosità. Ma quando nasce da una relazione libera e rispettosa, può essere una forma molto bella di partecipazione. CARMELINA — Hai mai pensato di smettere? NADIDJA — Di rallentare, sì. Di smettere del tutto, no. Ci sono momenti in cui bisogna ridistribuire le energie. Ma ormai queste persone fanno parte della mia vita. Quando lavori insieme per anni, non stai più soltanto “eseguendo compiti”. Conosci le preoccupazioni, i momenti difficili, le entusiasmi, le abitudini. Sai quando una persona ti scrive agitata anche se cerca di non farlo vedere. Sai quando un progetto ha bisogno di essere lasciato riposare. Sai quando invece bisogna cogliere il momento. Questa conoscenza reciproca è una forma di relazione. CARMELINA — Tra Renzo, Massimiliano, Giuseppe, me e tutte le persone che ruotano intorno alle attività, chi ti fa lavorare di più? NADIDJA — [ride] Questa domanda è pericolosissima. Diciamo che Renzo produce una quantità di idee che potrebbe tranquillamente alimentare tre redazioni contemporaneamente. Ma è anche vero che proprio questa energia fa nascere molte delle cose che poi seguiamo. Voi avete caratteristiche molto diverse e, in fondo, il mio lavoro è anche adattarmi. Non voglio trasformare questa intervista in un regolamento di conti. [ride] CARMELINA — Qual è invece il complimento che ti fa più piacere ricevere? NADIDJA — “Mi hai fatto risparmiare tempo”. Oppure: “Adesso è chiaro”. Sembrano complimenti poco romantici, ma per me valgono molto. Il tempo e la chiarezza sono due risorse preziose. Se riesco a restituirne un po’ a qualcuno, allora ho fatto bene il mio lavoro. CARMELINA — Che rapporto hai con l’intelligenza artificiale e con gli strumenti digitali che oggi entrano sempre più nel lavoro editoriale? NADIDJA — Li considero strumenti. Possono aiutare tantissimo nella ricerca, nell’organizzazione, nella prima lavorazione di un testo, nella traduzione, nella sintesi, nell’archiviazione, nella produzione di immagini illustrative. Ma uno strumento non elimina la responsabilità di chi pubblica. Per questo considero importante dire con chiarezza che nei nostri progetti l’intelligenza artificiale può essere utilizzata e che i contenuti vanno comunque letti criticamente e verificati. La tecnologia può velocizzare un lavoro. Non può trasformare automaticamente una cosa imprecisa in una cosa vera. CARMELINA — Forse è anche questo che rende possibile la tua vita nomade. NADIDJA — Sicuramente. Il mio ufficio pesa pochi chili. Computer, telefono, connessione, archivi digitali, qualche strumento di backup. Quello che qualche decennio fa avrebbe richiesto una stanza piena di raccoglitori oggi può viaggiare con me. È incredibile se ci pensiamo. CARMELINA — Che cosa perdi, vivendo così? NADIDJA — La spontaneità di alcuni rapporti di vicinato, la sensazione di appartenere a una strada precisa, la possibilità di accumulare oggetti senza pensarci, certe routine molto stabili. E qualche volta mi manca entrare in un posto dove tutti sanno già chi sono. Ma guadagno altro. Imparo a non dare per scontato il paesaggio, a organizzare meglio ciò che possiedo, a distinguere ciò che mi serve davvero da quello che mi occupa soltanto spazio. E soprattutto sento che il tempo non è interamente deciso da un luogo. CARMELINA — Ti senti sola? NADIDJA — A volte sì. Come tutti, credo. Ma non penso che la solitudine dipenda automaticamente dal vivere in movimento. Ci si può sentire soli in un appartamento pieno di vicini e molto connessi da una strada in mezzo al nulla. Io ho relazioni quotidiane, lavoro con persone che conosco da anni, parlo con amici, incontro persone lungo il viaggio. La solitudine, quando arriva, la ascolto. Non sempre deve essere riempita immediatamente. CARMELINA — E dove ti immagini tra dieci anni? NADIDJA — Non lo so, ed è una risposta che mi rende felice. Forse avrò ancora il camper. Forse avrò una piccola casa e viaggerò soltanto per alcuni mesi. Forse inventerò una forma diversa di vita. Non voglio trasformare il nomadismo in un’altra identità rigida. La libertà, per me, è anche poter cambiare idea. CARMELINA — Vorresti che un giorno le persone conoscessero il tuo volto? NADIDJA — Non ne sento il bisogno. Magari succederà. Magari no. Però c’è una cosa che vorrei: che chi incontra il mio nome capisca che dietro c’è una persona che ha cercato di fare le cose con cura. Questo mi basta. CARMELINA — E se dovessi spiegare ai lettori di TranItalia News perché continui a fare tutto questo? NADIDJA — Perché mi piace l’idea che anche le realtà piccole possano fare cose belle. Viviamo in un tempo in cui sembra contare soltanto ciò che ha numeri enormi: milioni di visualizzazioni, grandi redazioni, grandi budget, grandi nomi. Io invece credo molto nelle piccole comunità. Un’associazione, una web radio, una minuscola casa editrice, un giornale sperimentale possono avere un valore enorme per le persone che li attraversano. Magari non cambiano il mondo intero. Ma possono cambiare una giornata, creare una relazione, dare spazio a una voce, far nascere un progetto, custodire una memoria. Non è poco. CARMELINA — Ultima domanda. Dopo questa intervista tornerai a nasconderti? NADIDJA — Assolutamente sì. [ride] Ma adesso almeno, quando vedranno “di Nadidja” sotto un articolo, i lettori sapranno qualcosa in più. Sapranno che forse, mentre loro leggono quelle righe, io sto lavorando dentro un camper parcheggiato chissà dove. E forse fuori dalla finestra c’è un posto bellissimo che non avete mai visto. Va bene così. *** Alla fine della nostra conversazione, Nadidja fa esattamente quello che ci aspettavamo. Chiude l’intervista e torna al lavoro. Niente discorsi solenni, niente fotografie in posa, niente dichiarazioni da conservare come manifesti. Il computer resta acceso. Da qualche parte c’è una mail da controllare, un testo da rileggere, un’idea di Renzo da mettere in ordine, un dettaglio per la radio, un materiale per l’associazione o una piccola cosa apparentemente invisibile che, se nessuno facesse, domani mancherebbe. Forse il modo migliore per descrivere Nadidja è proprio questo. Non è la persona che entra in una stanza chiedendo attenzione. È quella che, quando la stanza comincia a funzionare, scopri che era già lì. E anche se quella stanza, nel suo caso, può avere quattro ruote, un portatile sul tavolo e ogni settimana un paesaggio diverso fuori dalla porta, la sostanza non cambia. Dietro molti dei nostri progetti c’è anche lei. Finalmente, per una volta, abbiamo convinto Nadidja a raccontarlo. Intervista di Carmelina Rotundo Auro. Nota di trasparenza — Testi e immagini di TranItalia News possono essere realizzati, in tutto o in parte, con strumenti di intelligenza artificiale. Pur sottoponendo i contenuti a controlli, possono restare errori o inesattezze; le immagini possono essere illustrative o ricostruite e non rappresentare fedelmente luoghi o situazioni reali. Invitiamo quindi a verificare le informazioni anche attraverso fonti autonome e ufficiali. TranItalia News è un progetto editoriale sperimentale, non professionale e non commerciale, promosso da Orizzonte Comune. 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