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Unione Europea

"Da oggi non vivo più a Trani." di Renzo Samaritani Schneider




Da oggi non vivo più a Trani. Vivo in Europa

Una frase letta stamattina, due newsletter, due libri e una domanda: quanto spazio della nostra vita continuiamo a consegnare allo sguardo degli altri?

di Renzo Samaritani Schneider

Questa mattina la mia amica Rita Reggio ha pubblicato su Facebook alcune righe nate, evidentemente, da una polemica.

Non entrerò nel merito della polemica, perché non è quello che mi interessa. Non conosco tutti i passaggi, non voglio stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto e, soprattutto, penso che trasformare ogni divergenza tra persone in un processo pubblico sia esattamente una delle abitudini dalle quali dovremmo imparare a liberarci.

Ma una frase mi è rimasta addosso.

Rita racconta di essersi sentita dire che «la signora va messa al posto suo» e replica che questo non è sorellanza, ma autoritarismo. Poco dopo aggiunge qualcosa che mi ha fatto pensare ancora di più: dice che non va a controllare chi mette un “mi piace” ai post degli altri, non manda persone a spiare, non cerca chi frequenta chi, non ha intenzione di perdere il proprio tempo in tutto questo.

Ecco.

Il tempo.

Forse il punto è proprio lì.

Quanto tempo della nostra vita perdiamo per sapere chi ha salutato chi, chi ha messo un cuore sotto il post di chi, chi non ci ha invitati, chi ci ha esclusi, chi ci ha criticati, chi avrebbe dovuto difenderci, chi si è seduto al tavolo sbagliato, chi frequenta una persona che non ci piace?

E, soprattutto: quando abbiamo deciso che tutto questo fosse così importante?

Non sto parlando di Trani.

O, meglio: sto parlando anche di Trani, perché è qui che vivo fisicamente mentre scrivo queste righe. Ma sarebbe troppo facile prendersela con una città.

Quella che chiamiamo, con un'espressione forse un po' brutale, “mentalità da paesino” non appartiene ai paesi.

Può esistere in una metropoli di dieci milioni di abitanti.

Può esistere in un'associazione culturale, in un ufficio, in una comunità religiosa, in una redazione, in una famiglia, in un gruppo WhatsApp di otto persone.

E può non esistere affatto in un piccolo paese nel quale ognuno ha imparato a occuparsi della propria vita.

La geografia c'entra molto meno di quanto immaginiamo.

Il paesino, qualche volta, ce lo portiamo nella testa.

Il tribunale permanente del cortile

Ci sono ambienti nei quali sembra esistere una gigantesca contabilità delle relazioni umane.

Hai messo “mi piace” a quella persona?

Allora sei dalla sua parte.

Hai parlato con quell'altra?

Allora sei contro di me.

Non hai commentato il mio post?

Allora evidentemente non mi sostieni.

Sei andato a quella manifestazione?

Come mai?

Hai invitato lui e non me?

Chi ti ha raccontato quella cosa?

Con chi eri ieri sera?

E poi arriva la specialità nazionale: la sentenza.

Quello è fatto così.

Quella è una brutta persona.

Quello se la tira.

Quella deve essere rimessa al suo posto.

Quello non ha capito niente.

Quello non è dei nostri.

Dei nostri.

Due parole terribili.

Perché appena esistono “i nostri”, da qualche parte abbiamo già fabbricato “gli altri”.

Ed è sufficiente un “mi piace” nel posto sbagliato per passare da una categoria all'altra.

Qualche anno fa tutto questo avrebbe richiesto un certo lavoro investigativo. Bisognava almeno uscire di casa.

Adesso basta Facebook.

E così abbiamo costruito una specie di paese permanente, aperto ventiquattr'ore su ventiquattro, nel quale possiamo controllare continuamente la piazza, affacciandoci dalla finestra digitale per vedere chi sta parlando con chi.

Una vita estenuante.

A sessant'anni comincio ad avere un'idea abbastanza precisa delle cose alle quali desidero dedicare il tempo che mi rimane.

E no: la contabilità dei “mi piace” non è fra queste.

Forse non dobbiamo cambiare città. Dobbiamo cambiare il martedì

Qualche tempo fa ho letto una newsletter di Bernardo Cumbo, di Eutopia, che aveva un titolo magnifico:

“Non cambiare vita. Cambia il martedì.”

L'idea, detta con parole mie, è semplice e molto meno banale di quanto sembri.

Quando fantastichiamo sul cambiamento, pensiamo quasi sempre alle grandi decisioni.

Cambiare città.

Cambiare lavoro.

Partire.

Lasciare tutto.

Ricominciare.

Ma la nostra vita non è composta prevalentemente dai giorni nei quali ricominciamo.

È composta dai martedì.

Da giornate assolutamente normali.

Da come ci svegliamo, da chi lasciamo entrare nella nostra attenzione, da quante volte permettiamo a qualcuno di interromperci, da quali conversazioni scegliamo, da quanto spazio lasciamo alla curiosità, al silenzio, al lavoro, alla lettura, all'amore.

E c'è una frase implicita in quel ragionamento che mi è rimasta dentro:

puoi cambiare città e portarti dietro esattamente la stessa vita.

Puoi attraversare mille chilometri e continuare ad abitare nello stesso cortile mentale.

Puoi trasferirti dall'altra parte del mondo e continuare a chiederti chi ha messo “mi piace” al post di qualcuno.

Puoi cambiare casa senza cambiare neppure di un centimetro il tuo modo di guardare il mondo.

E viceversa puoi rimanere seduto alla stessa scrivania e compiere un viaggio gigantesco.

Ne so qualcosa.

Perché, proprio quando ho compiuto sessant'anni, ho pubblicato un libro dal titolo che non lascia molto spazio all'interpretazione:

A sessant'anni sono andato a vivere in Cina.

Chi lo ha letto sa che quella Cina non è soltanto un punto sulla carta geografica.

È anche distanza.

È sguardo.

È la possibilità di smettere di credere che il nostro quartiere sia il centro dell'universo.

È un modo di domandarsi se si possa abitare un luogo prima ancora di averlo conquistato fisicamente, attraverso la cultura, l'immaginazione, gli incontri, il pensiero.

Era, in fondo, una dichiarazione.

Non volevo più permettere ai confini della mia quotidianità di stabilire i confini della mia vita.

E oggi faccio un passo ulteriore.

Da oggi non abito più a Trani

Tranquilli.

Non chiamate il traslocatore.

Non sto annunciando un cambio di residenza.

La mia casa è qui.

Le mie cose sono qui.

Una parte importante dei progetti che porto avanti nasce qui.

Continuo ad amare il mare di Trani, le sue strade, la pietra, la Cattedrale, la Villa Comunale, le persone che ho incontrato da quando sono arrivato.

Non ho nessuna intenzione di rinnegare questa città.

Sto dicendo qualcosa di diverso.

Da oggi non voglio più pensare a me stesso come a una persona che “vive a Trani”.

Vivo in Europa.

Cominciamo almeno da lì.

Non pretendo ancora di scrivere sui documenti “abitante dell'Universo”. Potrebbe creare qualche perplessità all'ufficio anagrafe.

Facciamo un passo alla volta.

Ma sarebbe già una piccola rivoluzione se cominciassimo a pensarci davvero come persone che vivono in Europa, invece di vivere psicologicamente dentro cento metri di strada, tre conoscenze, quattro associazioni e sette profili Facebook.

Io sono nato a Bologna.

Ci ho trascorso quasi sessant'anni.

Poi sono arrivato a Trani.

A sessant'anni sono andato a vivere, almeno nel senso profondo raccontato dal mio libro, anche in Cina.

Adesso vivo in Europa.

Che non significa cancellare Bologna.

Non significa cancellare Trani.

Significa rimettere le proporzioni al loro posto.

Trani è un luogo.

Bologna è un luogo.

L'Italia è un luogo.

Sono parti della nostra storia, non recinti della nostra identità.

Forse uno dei problemi della vita adulta è che con il passare degli anni accumuliamo definizioni invece di perderle.

Io sono quello di Bologna.

Io sono quello trasferito a Trani.

Io sono quello di quella famiglia.

Io appartengo a quel gruppo.

Io frequento quelle persone.

Io sono di qua.

Io sono contro quelli di là.

E alla fine costruiamo un'identità così piena di targhette che non sappiamo più dove siamo noi.

E se potessimo permetterci di essere un po' confusi?

David Orban, in una delle sue newsletter recenti, ha scritto una cosa che mi ha molto colpito: la confusione può essere la risposta giusta.

Non perché non sapere sia sempre preferibile al sapere.

Ma perché viviamo in un'epoca nella quale pretendiamo continuamente da noi stessi una definizione immediata.

Devi sapere da che parte stai.

Devi sapere chi sei.

Devi avere un'opinione.

Devi avere un'identità leggibile.

Devi poter compilare la casella giusta.

Io, invece, sto imparando ad accettare qualche casella lasciata in bianco.

Anche nella mia ricerca spirituale.

Dentro di me convivono due linguaggi che teologicamente non coincidono e che non ho alcun bisogno di fingere identici.

Nella tradizione Hare Krishna, nella bhakti gauḍīya alla quale appartengo, Krishna è Dio, la Persona Suprema.

Nell'insegnamento delle Brahma Kumaris, invece, Shiva è la Suprema Anima, mentre Krishna è una divinità, un'anima elevatissima associata all'Età dell'Oro, ma non l'Essere Supremo. Sono concezioni differenti. Non serve barare con le parole per nasconderlo. iskcon.org

Eppure c'è una frase davanti alla quale, per me, i due percorsi riescono a sedersi allo stesso tavolo:

io non sono questo corpo.

Sono un'anima.

Naturalmente da lì in poi le teologie prendono strade diverse.

Va benissimo.

Sto imparando che dialogare non significa necessariamente fondere.

Non occorre mettere tutto nel frullatore spirituale e ottenere una religione personalizzata nella quale ogni differenza scompare.

Posso riconoscere una differenza e continuare il dialogo.

Anzi, forse il dialogo comincia proprio lì.

Quando non ho più bisogno che l'altro dica esattamente ciò che dico io.

E se provo a portare questo pensiero fuori dalla spiritualità, accade qualcosa di interessante.

Se io non sono soltanto questo corpo, allora forse non sono neppure soltanto l'indirizzo di questo corpo.

Non sono il mio CAP.

Non sono il mio Comune.

Non sono il quartiere.

Non sono la cerchia delle persone che mi conoscono.

Non sono i commenti che ricevo.

Non sono nemmeno l'opinione che qualcuno, alle dieci del mattino di un mercoledì, ha deciso di costruirsi su di me.

Non posso pretendere che tutti condividano una visione spirituale dell'esistenza.

Ma posso proporre un esercizio molto più laico:

allargare la mappa.

Se “sono un'anima nell'universo” vi sembra troppo hippie, cominciamo da qualcosa di più prudente.

Viviamo in Europa.

Poi vediamo.

Il problema non è quello che dicono gli altri. È quanto spazio gli affittiamo

Qui entra in scena l'altro mio libro uscito in queste settimane:

Preferisco Scriverti. Io, Renzo, persona altamente sensibile.

È probabilmente il libro che spiega meglio perché questa riflessione di oggi non nasce per caso.

Preferisco Scriverti non è un manuale clinico sulle persone altamente sensibili.

Non pretende di dire come debbano funzionare tutte le PAS.

Racconta come funziono io.

Racconta perché una telefonata improvvisa può costarmi molto più di una mail.

Perché preferisco leggere un messaggio, fermarmi, pensare e rispondere quando possiedo davvero le parole che voglio usare.

Perché spesso scelgo il silenzio.

Perché qualche volta declino un invito.

Perché la distanza non coincide necessariamente con il disinteresse.

E perché il mezzo attraverso il quale comunichiamo non misura quanto vogliamo bene a qualcuno.

Scrivere significa anche questo: poter decidere quando aprire la porta della propria attenzione.

È un confine.

Non un muro.

E oggi mi accorgo che il discorso vale molto oltre le telefonate.

Dobbiamo imparare a decidere a chi concediamo accesso alla nostra mente.

Perché non tutte le persone che hanno qualcosa da dire su di noi meritano automaticamente una stanza dentro la nostra testa.

Qualcuno può pensare che io sia antipatico.

È legittimo.

Qualcuno può pensare che io sia troppo presente.

Qualcun altro che sia troppo assente.

Uno può trovarmi spirituale.

Un altro ridicolo.

Uno interessante.

Un altro insopportabile.

La libertà non consiste nell'impedire agli altri di avere queste opinioni.

Consiste nel non essere obbligati ad arredare la nostra vita sulla base di esse.

Ed è forse questo che mi ha colpito nel post di Rita.

A un certo punto scrive, in sostanza: io so chi sono.

È una frase piccola.

Ma se presa sul serio è rivoluzionaria.

Perché quando sai abbastanza bene chi sei, non devi più pattugliare il quartiere alla ricerca di conferme.

Non devi controllare chi mette “mi piace” a chi.

Non devi schedare le amicizie.

Non devi “epurare”.

Non devi rimettere nessuno “al suo posto”.

Puoi occuparti della tua vita.

Una cosa che, sorprendentemente, richiede già parecchio tempo.

Il provincialismo più pericoloso non ha un CAP

Ecco perché non voglio che questo articolo venga letto come un attacco a Trani.

Sarebbe l'esatto contrario di ciò che sto cercando di dire.

Ho visto provincialismo a Bologna.

Ho visto apertura mentale in luoghi minuscoli.

Ho incontrato persone cosmopolite che non hanno mai preso un aereo e persone che hanno attraversato mezzo pianeta senza uscire una sola volta dal proprio recinto interiore.

La mentalità “da paesino” non si misura in abitanti per chilometro quadrato.

Si misura nella quantità di libertà che siamo capaci di riconoscere agli altri.

Puoi essere nato in un borgo di cinquecento abitanti e sapere perfettamente che il tuo vicino non ti appartiene.

Oppure puoi abitare a Londra e trascorrere la giornata controllando chi ha smesso di seguirti su Instagram.

La vera provincia non è geografica.

È quella parte di noi che continua a pensare che ogni scelta altrui ci riguardi.

Che gli amici dei nostri amici debbano essere nostri amici.

Che i nemici dei nostri amici debbano diventare automaticamente nemici.

Che una critica sia un'aggressione.

Che una divergenza sia un tradimento.

Che chi non sceglie noi abbia scelto contro di noi.

Io da quella provincia voglio trasferirmi.

Questo sì.

Definitivamente.

Perciò, da oggi, vivo in Europa

Non è una fuga.

È il contrario.

Bernardo Cumbo ha ragione: cambiare vita non significa necessariamente prendere una valigia.

Può significare cambiare un martedì.

Cambiare una piccola abitudine.

Smettere di leggere un commento dieci volte.

Non andare a vedere chi ha messo un cuore sotto un post.

Non partecipare all'ennesima discussione che domani non ricorderemo.

Non rispondere immediatamente.

Scrivere invece di telefonare.

Prendersi un pomeriggio.

Leggere.

Studiare.

Meditare.

Guardare il mare.

Fare una cosa inutile ma bella.

Oppure compiere un minuscolo atto di disobbedienza alle aspettative degli altri:

essere noi stessi senza convocare una conferenza stampa per giustificarci.

Forse è questo il mio trasloco.

Sono partito da Bologna.

Sono arrivato a Trani.

A sessant'anni, almeno simbolicamente e narrativamente, sono andato a vivere in Cina.

Adesso faccio ancora qualche chilometro.

Da oggi vivo in Europa.

Domani, chissà.

Forse un giorno riuscirò persino a scrivere, senza sentirmi ridicolo, che vivo sulla Terra.

E magari, molto più avanti, che sono soltanto un'anima che sta attraversando un pezzo di universo.

Per oggi mi accontento dell'Europa.

È già abbastanza grande da rendere un po' meno importanti certi “mi piace”.

E se qualcuno volesse capire meglio perché, per me, scegliere la distanza non significa necessariamente allontanarsi, scegliere la scrittura non significa voler meno bene, e proteggere la propria attenzione non significa rifiutare gli altri, allora sì: forse posso permettermi una piccola pubblicità.

Leggete Preferisco Scriverti. Io, Renzo, persona altamente sensibile.

L'ho scritto proprio per questo.

Non per spiegare agli altri come dovrebbero vivere.

Ma per provare, finalmente, a spiegare come vivo io.

E forse anche per ricordarmi una cosa che continuo a imparare:

non dobbiamo necessariamente andare molto lontano per uscire dal paese.

A volte basta smettere di portarcelo dentro.

Buona vita.