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Città a misura di tutti: piccoli gesti, grandi cambiamenti per una comunità più gentile

Città a misura di tutti: piccoli gesti, grandi cambiamenti per una comunità più gentile

Una panchina dove serve, un marciapiede libero, un’informazione comprensibile, un attraversamento sicuro, un luogo nel quale potersi fermare senza sentirsi di intralcio. La qualità di una città si misura spesso nelle cose più piccole.

di Nadidja

Ci sono città che impressionano per i monumenti, altre per il mare, altre ancora per la quantità di servizi che riescono a offrire.

Poi c’è un’altra misura, meno spettacolare ma forse più importante: quanto è facile viverci ogni giorno.

Non soltanto per chi è giovane, veloce, perfettamente autonomo e sa sempre dove andare. Ma anche per chi cammina lentamente, per chi accompagna un bambino, per chi usa una sedia a rotelle, per chi ha difficoltà visive o uditive, per chi è anziano, per chi si sente disorientato, per chi arriva da fuori e non conosce la città.

Una città davvero accogliente non chiede alle persone di adattarsi continuamente ai suoi ostacoli.

Prova, per quanto possibile, a ridurli.

La gentilezza può diventare urbanistica

Siamo abituati a pensare alla gentilezza come a una qualità individuale.

Tenere una porta aperta. Lasciare passare qualcuno. Spiegare con pazienza. Fare spazio.

Ma esiste anche una gentilezza costruita.

È quella di una panchina collocata nel punto giusto. Di un marciapiede abbastanza largo da permettere a due persone di passare senza costringere nessuno a scendere sulla strada. Di una fontanella funzionante. Di una rampa realizzata bene, e non soltanto “perché bisogna metterla”.

È la gentilezza di una segnaletica leggibile, di un attraversamento visibile, di un luogo pubblico nel quale una persona anziana possa sedersi prima di essere stanca.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, parlando di città e comunità “age-friendly”, insiste proprio su questo: ambienti accessibili, trasporti sicuri, spazi pubblici fruibili, possibilità di partecipare alla vita sociale e comunitaria aiutano non soltanto le persone anziane, ma persone di tutte le età e capacità.

Una città pensata bene per chi ha più difficoltà finisce quasi sempre per funzionare meglio per tutti.

Una panchina non è soltanto una panchina

Può sembrare banale.

Ma per chi ha ottant’anni, per chi vive con una patologia cronica, per una donna incinta, per chi accompagna un bambino o semplicemente per chi ha camminato molto, la possibilità di sedersi cambia completamente l’esperienza di uno spazio pubblico.

La stessa cosa vale per l’ombra.

Per i bagni accessibili.

Per le aree pedonali realmente percorribili.

Per i punti d’acqua.

Per le fermate dell’autobus protette dal sole e dalla pioggia.

Sono dettagli che raramente entrano nelle grandi narrazioni politiche, ma entrano ogni giorno nella vita concreta delle persone.

Una città non è inclusiva se include soltanto sulla carta

La parola “inclusione” rischia spesso di diventare una formula.

Poi arriva la prova della strada.

Una rampa che termina contro un gradino non è inclusione.

Un marciapiede accessibile ma costantemente occupato da automobili o tavolini non è inclusione.

Un sito pubblico pieno di informazioni ma impossibile da capire non è inclusione.

Un evento aperto a tutti in un luogo irraggiungibile da chi ha una disabilità motoria non è inclusione.

L’inclusione comincia quando il punto di vista cambia.

Non più: “La maggior parte delle persone riesce a usarlo”.

Ma: “Chi stiamo lasciando fuori?”

È una domanda che può trasformare la progettazione di una piazza, di un ufficio, di un sito internet, di un servizio comunale, persino di una manifestazione culturale.

Lo spazio pubblico è anche relazione

UN-Habitat considera gli spazi pubblici sicuri, inclusivi e accessibili una componente essenziale delle città sostenibili.

Per un motivo semplice: la città non è fatta soltanto di edifici e strade.

È fatta anche di incontri.

Una piazza nella quale ci si può fermare favorisce relazioni diverse da una piazza pensata soltanto per attraversarla velocemente.

Un piccolo parco ben tenuto diventa un luogo nel quale bambini, genitori e anziani possono condividere lo stesso spazio.

Una strada nella quale il traffico non domina ogni centimetro consente alle persone di guardarsi, parlare, fermarsi.

Lo spazio pubblico può produrre isolamento oppure comunità.

Il diritto di andare piano

Le città contemporanee sono spesso progettate intorno alla velocità.

Muoversi più rapidamente. Arrivare prima. Ridurre i tempi.

Ma non tutti possono o vogliono andare veloci.

Esiste anche un diritto alla lentezza.

Attraversare una strada senza sentirsi inseguiti dal semaforo.

Salire su un autobus senza dover correre.

Fermarsi davanti a una vetrina senza intralciare.

Camminare con un bastone, un deambulatore, una carrozzina o semplicemente con un passo più lento.

Riconoscere questo diritto non significa trasformare una città in un luogo immobile.

Significa ammettere che la velocità di chi è più forte non può diventare la regola obbligatoria per tutti.

Anche l’informazione deve essere accessibile

Una città gentile non si costruisce soltanto con cemento, pietra e alberi.

Si costruisce anche con le parole.

Cartelli comprensibili.

Siti pubblici chiari.

Numeri di telefono facilmente reperibili.

Procedure spiegate senza linguaggio burocratico incomprensibile.

Informazioni disponibili in più formati quando serve.

Una persona può trovarsi esclusa da un servizio non perché quel servizio non esiste, ma semplicemente perché non riesce a capire come utilizzarlo.

Anche questa è una barriera architettonica, soltanto invisibile.

Trani vista dal passo di chi ha più difficoltà

Una città come Trani possiede una bellezza che spesso si impone da sola: il mare, la pietra, il porto, la Cattedrale, le strade del centro storico.

Ma proprio i luoghi più belli dovrebbero essere osservati anche da un altro punto di vista.

Come li vive chi ha difficoltà a camminare?

Dove può sedersi?

Dove trova ombra?

Gli attraversamenti sono sicuri?

I percorsi sono continui?

Una persona in carrozzina può raggiungere gli stessi luoghi degli altri?

Una persona anziana può attraversare una piazza senza sentirsi vulnerabile?

Un genitore con un passeggino trova ostacoli evitabili?

Non si tratta di criticare la città per principio.

Si tratta di guardarla con più occhi contemporaneamente.

Piccoli interventi, effetti grandi

Non tutti i miglioramenti urbani richiedono grandi opere.

A volte serve una manutenzione più attenta.

Una buca eliminata.

Una panchina riposizionata.

Un attraversamento reso più visibile.

Una rampa sistemata.

Un cestino aggiunto dove manca.

Un albero curato.

Un segnale spostato dal centro del marciapiede.

Un’informazione riscritta in modo comprensibile.

Sono interventi piccoli, ma hanno una caratteristica importante: si sentono immediatamente nella vita quotidiana.

Chiedere a chi usa davvero la città

L’OMS insiste anche sulla partecipazione delle persone nella progettazione delle comunità più accessibili.

È un passaggio essenziale.

Un tecnico può disegnare una soluzione perfetta sulla carta e scoprire soltanto dopo che, nella vita reale, non funziona.

Chi usa ogni giorno una sedia a rotelle conosce ostacoli che molti non vedono.

Chi accompagna una persona anziana nota dettagli che sfuggono a chi cammina senza difficoltà.

Chi porta un bambino a scuola sa esattamente dove la strada diventa pericolosa.

Chi vive in un quartiere conosce gli angoli che funzionano e quelli che sono diventati inutilizzabili.

Ascoltare queste persone non è una concessione.

È un modo intelligente di progettare meglio.

La manutenzione è una forma di rispetto

C’è poi un elemento che viene spesso sottovalutato.

Una città non diventa accogliente soltanto inaugurando qualcosa di nuovo.

Deve anche mantenere ciò che già possiede.

Una panchina rotta comunica abbandono.

Un’aiuola lasciata seccare comunica disattenzione.

Una rampa ostruita comunica che l’accessibilità era stata considerata un dettaglio.

La manutenzione non ha il fascino del taglio del nastro.

Ma è forse una delle forme più concrete di rispetto verso chi vive un territorio ogni giorno.

Una città gentile è una città che osserva

Forse non serve partire da grandi teorie.

Si può cominciare da un esercizio molto semplice.

Uscire di casa e percorrere una strada immaginando di avere ottant’anni.

Poi rifarla immaginando di usare una carrozzina.

Poi con un passeggino.

Poi senza conoscere l’italiano.

Poi con una difficoltà visiva.

All’improvviso compaiono ostacoli che prima sembravano invisibili.

È questo il punto.

La città non cambia soltanto quando si costruisce qualcosa.

Cambia anche quando impariamo a vedere ciò che prima non vedevamo.

E forse una comunità più gentile comincia proprio da qui.

Non da un grande progetto annunciato.

Ma da una domanda pronunciata davanti a una strada, una piazza, un marciapiede, un ufficio pubblico:

questa cosa funziona davvero per tutti?

Fonti

Organizzazione Mondiale della Sanità, Creating age-friendly cities and communities: https://www.who.int/activities/creating-age-friendly-cities-and-communities/creating-age-friendly-cities-and-communities

WHO, National programmes for age-friendly cities and communities: a guide: https://www.who.int/publications-detail-redirect/9789240068698

UN-Habitat, Public Space: https://unhabitat.org/topic/public-space

UN-Habitat, Global Public Space Programme – safe, inclusive and accessible green and public spaces for all: https://unhabitat.org/global-public-space-programme-un-habitats-initiatives-towards-safe-inclusive-and-accessible-green-public-spaces-for-all

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