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Cultura

Andarsene con la testa: chi resta a Trani, e con quale attenzione

Andarsene con la testa – Radio Onda Trani

Il trenta settembre, su queste pagine, Renzo Samaritani Schneider ha pubblicato un articolo con un titolo che sembrava l'annuncio di un trasloco: "Da oggi non vivo più a Trani". Non lo era. Era una dichiarazione di indirizzo mentale, e conteneva una tesi che vale la pena prendere sul serio: la provincia non è un luogo. È una postura. È la pretesa che ogni gesto degli altri riguardi noi.

Il cortile che giudica — chi mette "mi piace" a chi, chi è stato invitato e chi no — non è fatto di pietre. Puoi averlo identico in una città da otto milioni di abitanti, e puoi non averlo affatto vivendo in una via del centro storico di Trani. Da qui la conclusione dell'articolo: non serve cambiare città, serve cambiare il martedì. Le scelte piccole, ripetute. Dove finisce l'attenzione.

La puntata di questa settimana di Radio Onda Trani parte esattamente da lì, e fa la domanda che quell'articolo lascia aperta.

Se tutti escono con la testa, chi resta?

Quando si parla di spopolamento, in Puglia, si parla sempre di chi parte: i ragazzi che prendono il treno e non tornano, le lauree fuori regione, le case chiuse undici mesi l'anno. Quella è l'emigrazione visibile, e fa notizia giustamente.

Ma ce n'è una seconda, che non compare in nessuna statistica, perché chi la fa resta residente. Continua a votare qui, a fare la spesa qui, a lamentarsi qui. Semplicemente, alla città non partecipa più. Presente all'anagrafe, assente a tutto il resto.

Ha una faccia riconoscibile: associazioni con lo stesso direttivo da dodici anni perché non si presenta nessun altro; assemblee dove arriva un terzo dei convocati; volontariato che invecchia insieme ai volontari, senza ricambio. E ha la faccia di quella frase che diciamo tutti: tanto qui non cambia niente.

A inizio settembre avevamo raccontato la chiusura di una mostra collettiva in via Mausoleo, organizzata dall'associazione La Carvella. Trecento metri separavano quella sala da centinaia di case. Non li ha attraversati quasi nessuno — non per ostilità, ma perché per moltissime persone quei trecento metri non esistevano. Sono il tipo di distanza che non si misura in metri.

Il controllo e la cura sono lo stesso organo

E qui la puntata litiga con la tesi di partenza. Perché in una città piccola il controllo sociale e la cura sociale non sono due cose diverse: sono la stessa cosa vista da due lati.

Lo sguardo che ti giudica è lo stesso sguardo che si accorge che la tua saracinesca è abbassata da tre giorni. La signora che sa di te più di quanto vorresti è la stessa che chiama quando non ti vede scendere la mattina. Il vicino impiccione è anche quello che tiene le chiavi quando parti.

Se tagli il nervo perché ti dà fastidio la parte che giudica, perdi anche l'altra. E il conto non arriva subito: arriva dopo dieci anni, quando ti ritrovi in una città piena di gente che non deve niente a nessuno e a cui nessuno deve niente. Che è esattamente il modo in cui si vive in una grande città, ma senza i vantaggi di una grande città.

Vale anche per le pietre. Trani ha un porto, una cattedrale costruita sull'acqua, un castello svevo, la sinagoga di Scolanova: per una città di questa misura è una fortuna sproporzionata. Ma è una fortuna che funziona solo se qualcuno ci passa quando non è agosto e non c'è l'evento. Un centro storico attraversato soltanto dai turisti e soltanto in alta stagione non è un centro storico: è una scenografia con orari di apertura.

Le due obiezioni, e perché reggono

La prima è la più seria, e di solito non si fa perché è scomoda. Per un certo numero di persone uscire con la testa non è pigrizia: è legittima difesa. Il tribunale del cortile, per chi ci è finito dentro davvero, non è una metafora elegante. È una voce che gira e ti costa un lavoro. È una separazione che diventa argomento di conversazione per mesi. È un ragazzo che si porta addosso l'etichetta della sua famiglia senza aver fatto niente. Chiedere a quelle persone di esserci di più significa chiedere a chi è stato ferito di andare a curare la cosa che l'ha ferito. E in una città piccola non esiste nemmeno l'anonimato come forma di riposo: chi avrebbe bisogno di sparire per un anno, qui, non può.

La seconda è più politica. L'appello alla partecipazione, in Italia, è spesso il modo elegante per scaricare sui volontari quello che dovrebbe fare chi è pagato per farlo. Venite, fate rete, adottate l'aiuola, organizzate voi. Intanto l'aiuola resta un problema di chi la doveva curare. E una città che chiede partecipazione e poi non ascolta chi partecipa, la partecipazione la brucia: chi si presenta tre volte a una riunione dove era già tutto deciso, la quarta volta non ci va. Quella non è apatia, è apprendimento.

Uscire dal tribunale non è uscire dalla città

Le obiezioni reggono. Ma se ci si ferma lì si è costruita una scusa perfetta, perché sono obiezioni che valgono per chiunque in qualsiasi momento, e quindi non costringono nessuno a fare niente. Una tesi che assolve tutti sempre, in genere, è una tesi comoda.

La distinzione che tiene è un'altra: uscire dal tribunale non è la stessa cosa che uscire dalla città. Sono due gesti diversi che la parola "andarsene" confonde.

Uscire dal tribunale vuol dire smettere di rispondere: non devo spiegare a nessuno perché non c'ero, perché ho smesso di frequentare una persona, perché ho cambiato idea. Quella porta si chiude, e si chiude per sempre.

Uscire dalla città è un altro gesto, e ha un prezzo che paga qualcun altro. Perché il posto che lasci vuoto non resta vuoto: lo occupa chi in quel cortile ci sta benissimo, chi il tribunale lo presiede volentieri. Se se ne vanno con la testa solo quelli a cui il tribunale dà fastidio, il tribunale non si svuota. Si concentra.

È la parte più scomoda del ragionamento, perché sposta la responsabilità su chi ha ragione. Ed è ingiusto. Ma lo spazio pubblico funziona così: non lo occupa chi ha ragione, lo occupa chi si presenta.

Presenza selettiva, non presenza totale

La proposta della puntata non è "partecipate di più" — che era già stato bocciato dieci minuti prima. È il contrario: una cosa sola, due al massimo. Scelte davvero, non per senso di colpa. E su quelle esserci fisicamente, non come spettatore informato.

Perché essere informati su tutto quello che succede in città è la forma più elegante di assenza che esista: costa pochissimo, dà la sensazione di partecipare, e non sposta un grammo. È esattamente il martedì che non cambia, travestito da impegno civile.

Basta poco perché non sia così: l'associazione del quartiere, la biblioteca, una squadra di ragazzi, il coro, la pulizia di un tratto di spiaggia. Due ore al mese, non due sere a settimana, però sempre. Il punto non è la quantità: è che esista almeno un posto dove la tua assenza si nota. Se la tua assenza non si nota da nessuna parte, in quella città tu non ci sei.

Resta un'ultima obiezione, ed è rivolta alla frase che chiudeva l'articolo di partenza: "Da oggi vivo in Europa". È una frase bella, e un po' comoda, perché l'Europa non ti chiede niente. Non ti convoca a un'assemblea di condominio, non ti chiede di portare le sedie, non ti telefona alle nove di sera perché manca una persona. È un'identità senza manutenzione.

L'orizzonte largo serve a capire quanto è piccolo il tribunale, a togliergli autorità. Ma le cose si fanno sempre in un posto preciso, e quel posto ha un nome, delle strade e degli orari di apertura. Il nostro ha un porto e una cattedrale costruita sull'acqua.

Restano quelli che hanno separato le due uscite: che hanno smesso di farsi giudicare senza smettere di esserci. Non sono tantissimi, e non serve che lo siano. Serve che si riconoscano fra loro. Una città non ha bisogno che tutti partecipino: ha bisogno che chi partecipa non si senta scemo.

Ascolta la puntata

Radio Onda Trani è una delle radio dell'Istituto Sole e Luna, associazione culturale con sede a Trani.

Chi volesse lavorare in modo più strutturato su come sceglie dove mettere la propria attenzione può seguire il corso di Renzo Samaritani Schneider Crescita personale e scelte simboliche su Udemy.

La voce maschile della puntata è la voce di Renzo Samaritani Schneider, riprodotta attraverso una clonazione vocale da lui autorizzata. La voce femminile è una voce di sintesi. I testi sono redazionali dell'associazione.