Scritto da Massimiliano Deliso | 29/01/2026 | Cinema
Il trionfo dell'incertezza: un'analisi tecnica e culturale di 8½
Trani, 29 gennaio 2026 – Nel panorama sterminato della storia del cinema, poche opere sono riuscite a trascendere la propria natura di "film" per diventare veri e propri stati d'animo, archetipi visivi che abitano l'inconscio collettivo. Tra questi, 8½ (1963) di Federico Fellini occupa, senza timore di smentita, il trono più alto e complesso. A più di sessant'anni dalla sua uscita, e osservandolo con gli occhi smaliziati del 2026, il capolavoro felliniano non appare invecchiato di un solo giorno; al contrario, la sua struttura labirintica e la sua onestà brutale sulla natura della creazione artistica sembrano parlare con rinnovata urgenza a una società contemporanea sempre più frammentata e ossessionata dall'immagine di sé.
La Genesi del Caos: Oltre il Neorealismo
Se La Dolce Vita aveva segnato il distacco definitivo di Fellini dal Neorealismo, 8½ rappresenta il salto nel vuoto, l'ingresso in una dimensione dove la realtà oggettiva cessa di essere il metro di giudizio. La trama, apparentemente semplice, è nota: Guido Anselmi (un Marcello Mastroianni in stato di grazia), regista quarantenne in crisi creativa ed esistenziale, cerca riposo in una stazione termale mentre dovrebbe ultimare il suo nuovo film. Ma il film non c'è. C'è solo un accumulo di strutture costose, attori in attesa e produttori ansiosi.
Culturalmente, 8½ è il manifesto della crisi dell'intellettuale moderno. Guido non è un eroe, né un antieroe nel senso classico; è un uomo smarrito, schiacciato tra un'educazione cattolica repressiva (simboleggiata dai flash dell'infanzia e dai preti) e il desiderio di una libertà pagana e sessuale. La pellicola sdogana la psicanalisi nel cinema italiano non come strumento clinico, ma come struttura narrativa. I sogni, i ricordi e la realtà presente si fondono senza soluzione di continuità, anticipando di decenni le narrazioni non lineari che oggi diamo per scontate.
Analisi Tecnica: La Scrittura della Luce
Dal punto di vista tecnico, 8½ è un miracolo di ingegneria cinematografica. La fotografia di Gianni Di Venanzo è, forse, la vera protagonista occulta dell'opera. Abbandonando i grigi morbidi del cinema precedente, Di Venanzo opta per un bianco e nero sovraesposto, abbacinante, quasi violento. Il "bianco" di 8½ non è luce divina, ma la luce impietosa dell'interrogatorio, il foglio bianco che terrorizza lo scrittore.
La macchina da presa di Fellini non è mai statica. Si muove con una fluidità liquida, orchestrando complessi piani sequenza che seguono Guido mentre attraversa gli spazi affollati delle terme o del set. Si pensi alla celebre sequenza dell'Harem: qui il montaggio di Leo Catozzo lavora in perfetta sincronia con la frusta del domatore/Guido, creando un ritmo che è musicale prima che visivo. E parlando di musica, la colonna sonora di Nino Rota, con la sua indimenticabile marcia circense, non è semplice accompagnamento, ma collante strutturale. Il tema musicale serve a cucire insieme i frammenti sparsi della psiche di Guido, rendendo accettabile e organico il passaggio dal dramma alla farsa.
Simbolismo e Cultura: Asa Nisi Masa
Uno degli aspetti più affascinanti di 8½ è la sua densità simbolica. La formula magica infantile "Asa Nisi Masa", che evoca i ricordi della casa colonica e il calore materno, rappresenta il tentativo disperato di ritornare a un'innocenza perduta, pre-razionale. In un'epoca come il 2026, dominata dall'iper-razionalizzazione dei dati e dall'intelligenza artificiale, il richiamo di Fellini all'irrazionale, al magico e al disordinato risuona come un atto di resistenza umana.
Le figure femminili, spesso criticate da una certa lettura femminista per essere proiezioni unidimensionali (la moglie, l'amante, la musa irraggiungibile Claudia Cardinale, la prostituta Saraghina), sono in realtà dichiaratamente tali: non sono donne reali, ma fantasmi nella testa di Guido. Fellini non cerca di rappresentare la donna, ma la percezione maschile della donna, con tutte le sue fallacie, le sue paure e i suoi desideri infantili. La Saraghina, in particolare, con la sua danza sulla spiaggia, è l'incarnazione del peccato che diventa liberazione, un momento di rottura estetica con il bello apollineo per abbracciare il grottesco dionisiaco.
Il Finale: L'Accettazione della Confusione
Il finale di 8½ rimane una delle lezioni di vita e di cinema più alte mai impartite. Dopo aver tentato disperatamente di dare un ordine razionale alla sua vita e al suo film, Guido fallisce. Il film viene cancellato. Ma proprio nel momento del fallimento, avviene l'epifania. "La vita è una festa, viviamola insieme".
La celebre passerella finale, dove tutti i personaggi della sua vita – reali e immaginari, vivi e morti – scendono a danzare insieme mano nella mano, è la risoluzione tecnica e filosofica dell'opera. Fellini ci dice che non è necessario risolvere le contraddizioni per essere felici o per creare arte; bisogna accettarle. La confusione non è un errore, è la natura stessa dell'esistenza.
Conclusione
Oggi, 29 gennaio 2026, rivedere 8½ significa guardarsi allo specchio. In un mondo che ci chiede costantemente performance, coerenza e risultati misurabili, Guido Anselmi ci ricorda il diritto all'incertezza, al sogno e all'imperfezione. 8½ non è solo un film sul cinema; è un film sulla fatica e sulla gioia di essere umani. La sua eredità tecnica – l'uso della luce, il montaggio onirico, la rottura della quarta parete – permea ancora oggi il cinema di autori come Sorrentino, Wes Anderson e molti altri, ma l'anima di quel capolavoro resta inimitabile, sospesa per sempre tra la terra e il cielo, in quella zona crepuscolare dove la magia è l'unica realtà possibile.
Articolo generato da TraniRacconta - Orizzonte Comune
Commenti
Posta un commento