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Giunto il momento di ridurre la settimana lavorativa da 40 ore?

settimana lavorativa
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Alcuni ricercatori chiedono una settimana lavorativa più breve per aumentare la produttività e ridurre i burnout.

Vi sentite un po’ fiacchi dopo i fine settimana? Avere il venerdì o il lunedì di riposo farebbe la differenza? I ricercatori del laboratorio di idee britannico Autonomy e dell’Associazione per la sostenibilità e la democrazia (Alda), una non profit, sono tendenzialmente concordi nella loro relazione congiunta: affermano infatti che le settimane lavorative da 40 ore non sono solo inutili, ma addirittura dannose per il nostro benessere.

Abituarsi a un nuovo modo di lavoro
La relazione presenta i risultati di una sperimentazione su larga scala condotta su una settimana da quattro giorni e tenutasi in Islanda tra il 2015 e il 2019. All’interno del programma pilota, che ha visto il coinvolgimento di oltre l’1 % (2 500 persone) della popolazione attiva del paese, i dipendenti del settore pubblico hanno ridotto le proprie ore lavorative di circa cinque ore a settimana, a parità di salario, per un totale di 35-36 ore anziché 40. I risultati hanno dimostrato che la produttività e i servizi rimanevano invariati o miglioravano in gran parte delle condizioni, con un netto incremento del benessere: da stress e burnout si è passati a salute ed equilibrio tra lavoro e vita privata.

«Lo studio mostra come la sperimentazione più grande di riduzione della settimana lavorativa nel settore pubblico mai condotta al mondo si sia rivelata senza ombra di dubbio un successo travolgente», ha affermato Will Stronge, direttore della ricerca presso Autonomy, alla «BBC». «Il lavoro svolto dimostra che il settore pubblico è pronto per essere un pioniere delle settimane lavorative più brevi, una lezione che può essere appresa da altri governi.» Gudmundur Haraldsson, ricercatore presso l’Alda, ha aggiunto: «L’esperienza islandese di riduzione della settimana lavorativa ci dice non solo che si può lavorare di meno nell’era moderna, ma anche che è possibile un cambiamento progressivo.»

Daiga Kamerade, professoressa associata di lavoro e benessere presso l’Università di Salford, nel Regno Unito, ha riferito alla «CNN» che le indagini svolte sul settore pubblico, con condizioni lavorative potenzialmente migliori rispetto alla all’ambito privato, potrebbero aver influenzato gli esiti. «La riduzione da 40 a 35-36 ore lavorative settimanali è un primo passo verso una settimana lavorativa più breve, ma abbiamo bisogno di sperimentazioni analoghe su larga scala che la spingano oltre: ad esempio, dovremmo considerare seriamente una settimana lavorativa da quattro giorni, con 32 ore o meno.»

La settimana lavorativa da quattro ore acquisterà terreno?
Non sorprende che gran parte dei partecipanti desiderasse proseguire con un’organizzazione da quattro giorni: attualmente, l’86 % della forza lavoro islandese lavora meno ore o acquisisce il diritto di diminuirle.

«Il riconoscimento del futuro impatto esercitato dall’automazione e dai cambiamenti tecnologici sulle nostre vite lavorative, assieme al crescente desiderio di trascorrere meno tempo sul lavoro ha decisamente posto la riduzione dell’orario lavorativo sul tavolo della formulazione delle politiche», conclude la relazione. «La pandemia di Covid in corso ha solo accelerato tale processo, alimentando transizioni rapide verso il telelavoro e aumentando inaspettatamente il tempo libero, considerato che i lavoratori hanno abbandonato gli spostamenti tra casa e lavoro o si sono ritrovati con un orario lavorativo ridotto. È sempre più chiaro che in pochi desiderano ritornare alle condizioni lavorative pre-pandemiche: il desiderio di una settimana lavorativa ridotta è destinato a definire “la nuova normalità”.»

La settimana lavorativa da quattro ore può costituire l’inizio di una nuova tendenza, con il nostro progressivo adattamento alle conseguenze della COVID-19 e dell’Industria 4.0? Chiedi ai tuoi superiori cosa ne pensano. Ma, forse, prima è meglio mostrare loro questo articolo!

copyright: © Unione europea

cordis.europa.eu

 

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