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Cambiare l’insegnamento dell’economia per riconnetterla con la realtà

economia
Foto di Elchinator da Pixabay

Il movimento Black Lives Matter, come gli altri movimenti che chiedono una trasformazione della società, rappresenta solo l’ultima delle richieste di impegno, delle domande di giustizia non ascoltate che tengono insieme problemi etici ed economici di portata enorme. Questa emergenza non coinvolge solo gli Stati Uniti, ma ogni sistema economico in cui siano presenti delle minoranze che subiscono forme esplicite o implicite di discriminazione. Questa emergenza coinvolge gli economisti, il loro ruolo ed il contenuto degli insegnamenti basilari che impartiscono. Il ruolo degli economisti come consiglieri dei governi e come guida delle trasformazioni economiche ha vissuto alterne fortune, toccando negli ultimi anni probabilmente i punti più bassi, dai conflitti di interessi che hanno ostacolato la comprensione della crisi finanziaria del 2006 nella sua gravità (raccontati in modo esemplare nel film di Charles Ferguson “The Inside Job” del 2010), fino al ruolo degli “Economisti d’Area” che lavorando per conto di partiti politici finiscono per fornire sostegno teorico a proposte economiche prive di riscontri empirici (Komlos e Perri, “Le ragioni sociali ed economiche dell’ascesa di Donald Trump”, Ordines, 2019, Par.3, p. 366).

E per quanto riguarda il ruolo dell’economista nell’insegnamento dell’economia? Il modulo standard d’insegnamento dell’economia a livello internazionale (Econ 101, insegnamento emblematico della contenutistica teorica mainstream) fornisce realmente gli strumenti conoscitivi per una trasformazione della società orientata alla rimozione delle disuguaglianze e delle forme di discriminazione dettate da criteri non-economici? La risposta non può che essere negativa, allo stato, per una serie di considerazioni relative alle ipotesi fondanti dei modelli economici utilizzati a scopo didattico.

Sostanzialmente, i modelli macroeconomici microfondati, si basano su una serie di assunti che sono sempre meno compatibili con le realtà economiche contemporanee. L’individuo microeconomico è razionale, ha pieno accesso gratuito alle informazioni, può migliorare sé stesso attraverso la formazione e può ambire alle più alte vette dell’economia (e della politica), perché la società è un aggregato dei singoli standardizzati, e i mercati concorrenziali gli consentiranno di competere alla pari. Ma tutte queste ipotesi si scontrano con la realtà, laddove l’individuo nasce diverso, perché la struttura della società lo rende diverso, perché appartenente ad una minoranza o perché povero (o spesso entrambi). La sua risalita è più dura, perché l’accesso alla formazione di fatto non è per tutti, e anche qualora riuscisse si scontrerà con mercati del lavoro segmentati e non concorrenziali. I gruppi di pressione economica e politica rendono i sistemi, anche democratici, scarsamente “contendibili”, e le differenze nella distribuzione del reddito tendono ad ampliarsi e cristallizzarsi.

Osservando la situazione statunitense, si nota che il divario tra il reddito medio di un afroamericano e quello di un bianco era di 22 punti percentuali nel 2000, ed è aumentato fino al 27% nel 2017. Anche gli ispanici hanno un reddito considerevolmente inferiore rispetto ad un bianco (17%) mentre il reddito medio di un asiatico è superiore (Komlos, J. “Why African American Economists Should Abandon Mainstream Economic Theory ASAP”, The Review of Black Political Economy, 2019, p. 3).

Nascere dal lato sbagliato della strada può avere delle implicazioni che condizionano pesantemente l’intera vita di un individuo, di un’etnia o di un gruppo discriminato per una moltitudine di motivazioni (religiose, politiche, territoriali). Ma questo aspetto non è colto dalla manualistica standard se non in qualche “oscura nota a margine” (Komlos J., Why African… cit., p. 4).

Se un individuo nasce in povertà, a prescindere da quale sistema di protezione sociale esista in quel sistema economico, subirà forme di razionamento economico che lo limiteranno, se non nell’accesso all’istruzione, quantomeno nella dotazione degli strumenti accessori (dai libri, ai trasporti, ai materiali complementari all’apprendimento). Questa condizione di partenza rende l’individuo diverso, non omologabile, a causa di ragioni che scaturiscono dalla struttura e dall’orientamento della società. Società che è assente dal modulo Econ 101.

Questa prima forma di razionamento, che arriva dal passato, condiziona anche il futuro, perché per raggiungere risultati migliori l’individuo ha bisogno di informazioni, ma le informazioni hanno un costo, contrariamente a quello che viene postulato dalla teoria economica standard. L’impossibilità di ottenere informazioni, che diventano un bene privato, determina l’impossibilità di costruire un percorso diverso rispetto al binario che la società assegna alla nascita. Le informazioni oltre ad essere costose, devono essere decodificate, e contrariamente a quanto viene affermato dai teorici delle “aspettative razionali”, molti individui potrebbero non essere in grado di interpretare correttamente l’informazione, anche quando essa è pubblica, prendendo decisioni autolesioniste (ad esempio nel caso della scarsa riflessione sui potenziali effetti della Brexit, si vedano i lavori citati in: Perri, S. “The risk of hard brexit for United Kingdom”, The Economist’s Voice, 2019).

Sempre in riferimento a come la povertà affligge l’individuo, è possibile che il suo comportamento sia determinato dalle difficoltà a cambiare la propria situazione. La disposizione dell’individuo nei confronti della società cambia a seconda di quanto a lungo egli subisce forme di discriminazione. Questo influisce anche sulla sua capacità di costruire relazioni sociali che possano sopperire alle difficoltà che si trova ad affrontare.

Dall’altro lato della società, gli individui che non sono oggetto di discriminazione sociale accumulano ricchezza, relazioni vantaggiose e potere. Il potere è anch’esso assente dalla manualistica economica standard. Ma non si tratta solo di definire i rapporti di potere sociali esclusivamente in senso statico, quanto piuttosto descrivere le dinamiche che si innescano tra coloro che detengono il potere e coloro che ne subiscono gli effetti. Il caso statunitense ancora una volta è paradigmatico. Dal taglio delle tasse “reaganiano” in poi, la distribuzione del reddito è diventata sempre più diseguale, le lobbies che avevano accumulato ricchezza e potere hanno ulteriormente rafforzato il loro impegno ad accumularli, per nulla scalfiti dalle amministrazioni democratiche di Clinton e Obama (Komlos e Perri, Le ragioni sociali…, cit. p. 377; sul tema della distribuzione del potere rispetto alle competizioni elettorali si veda Ferguson et al. “Industrial Structure and Party Competition in an Age of Hunger Games: Donald Trump and the 2016 Presidential Election”, W.P. INET, 2018).

Di conseguenza, la distribuzione diseguale del reddito, ma ancor di più del potere, condiziona l’evoluzione delle società, in un equilibrio bloccato in cui il “centro” della società non è raggiungibile dalla “periferia”.

L’assetto diseguale e la concentrazione del potere, inteso come ricchezza ma soprattutto come forma di controllo e condizionamento dell’economia, nonché delle scelte di politica economica, ben si concilia con forme di mercato non concorrenziale. È proprio la “concorrenza perfetta” un altro dei fantasmi che aleggiano nella letteratura economica ad uso didattico. La presentazione, quasi iconica, della concorrenza perfetta come paradigma, è anacronistica, rispetto all’evoluzione dell’economia globalizzata che si caratterizza per forme di concorrenza oligopolistica con caratteristiche transnazionali. Nello specifico, la compressione dei costi fattoriali, sta portando le grandi imprese a competere integrandosi verticalmente e orizzontalmente, anche oltre il modello multinazionale/multipolare. Gli oligopolisti competeranno acquisendo competitor e integrandosi trasversalmente con tutti coloro che possono essere funzionali a “chiudere” il mercato (dalle fonti di materie prime al settore finanziario, per giungere al rapporto con i governi).

Il rapporto tra oligopoli e oligarchie è, ad esempio, tipico dell’esperienza russa laddove l’obiettivo diviene quello di accentrare il potere (politico che finisce col coincidere con il controllo delle risorse economiche), rimuovere le forme di controllo delle decisioni, annacquare le forme di controllo democratico che sono esercitabili dalla popolazione. A questa forma di controllo si aggiunge quella ancor più rigida delle fonti di informazione (anch’esse dipendenti dal potere economico), e larghi strati della popolazione a basso reddito finiscono per diventare sudditi del “dittatore benevolo” (si veda a proposito il contributo di Guriev e Treisman, “Informational Autocrats” Journal of Economic Perspectives, 2019).

Tra la manualistica microeconomica, che è la prima affrontata dagli studenti di economia, e la prassi di politica economica, ci sono numerosi stadi intermedi a livello didattico accademico, ma la prima impostazione metodologica disegna percorsi che partono da un’economia in cui c’è un solo individuo monopolista fino a forme più o meno perfette di concorrenza. In realtà, le società contemporanee sperimentano l’opposto, ovvero, la trasformazione di forme concorrenziali in oligopoli con governance sovranazionale, che si contendono i mercati a blocchi. Il livello di concentrazione crescente e la separazione fra sede legale-finanziaria e sede produttiva, rende praticamente irrilevante il ruolo della popolazione residente.

Non è un caso che la crisi legata al Covid-19 venga gestita in modo così difforme nelle diverse aree del pianeta. Tutti gli elementi contraddittori dell’economia contemporanea sono rappresentabili. Il conflitto fra economia e società viene risolto il più delle volte a favore della prima, con una forte pressione affinché la produzione continui a discapito della salute pubblica. Le forme di potere economico prevalenti si affiancano al livello politico maggiormente influenzabile, utilizzando i media, al fine di manipolare l’opinione pubblica. La pandemia diventa più o meno grave, di forma più o meno acuta, con origini più o meno remote, a seconda del messaggio che si vuole veicolare (Stati Uniti e Brasile sono stati i casi più eclatanti ma anche la prima fase in cui in Gran Bretagna Boris Johnson auspicava “l’immunità di gregge”).

Gli effetti dello scollamento fra la realtà e la narrazione politica si riverberano sulla crisi. Secondo J.D. Sacks (“How Inequality Fuels COVID-19 Deaths”, 29/06/2020, Project-Sindacate.org) le disuguaglianze economiche minano la coesione sociale alla radice, impedendo una corretta comunicazione fra la popolazione e la politica. Aggiungiamo che a causa dell’influenza delle corporazioni economiche sulle decisioni politiche, il flusso informativo viene distorto e polarizzato, e che per via della sedimentazione delle differenze economiche nei livelli di istruzione, diventa sempre più difficile per l’opinione pubblica esercitare un controllo consapevole sugli indirizzi di politica economica.

In conclusione, è necessario ridiscutere profondamente i canoni dell’insegnamento economico, con un approccio “umanistico”, che non si basi sulla costruzione di un individuo economico avulso dalla società, standardizzato, che si muove in un ambiente concorrenziale pieno di opportunità in cui è il solo artefice del suo destino. Il sistema economico che emerge da questa struttura ideologica insegue la crescita illimitata delle risorse come soluzione ad ogni problema. Il focus di una nuova strategia di insegnamento non deve essere la crescita competitiva, ma l’efficiente e “giusta” allocazione delle risorse (Komlos, J., Foundations of real-world economics: What every economics student needs to know, Routledge, 2019). Una visione integrata e pluralista dell’economia, che includa l’analisi dei processi storici e sociali, può aiutare una maggiore comprensione del mondo reale. E’ questo l’obiettivo del progetto CORE di insegnamento dell’economia politica promosso, tra gli altri, da Sam Bowles e Wendy Carlin (di cui M. Aprea, G. Scarchilli e G. Palomba si sono occupati sul Menabò). Cambiare i paradigmi servirà a fornire chiavi interpretative diverse per capire un mondo che si è trasformato e che probabilmente non tornerà più quello che era in precedenza.

Scritto da: John Komlos e Salvatore Perri

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